La speranza ci accompagni nel nuovo anno pastorale

Ai confratelli sacerdoti
Ai religiosi e alle religiose
Ai fedeli laici
A tutto il popolo di Dio che è in Acerra

 

Un nuovo anno pastorale è davanti a noi. Occorre vincere lo scetticismo e il criticismo. All’inizio del nuovo anno pastorale soffriamo tutti un certo assedio di proposte, iniziative, raccomandazioni. La parrocchia ne potrebbe restare spiazzata. Se però ci atteniamo a quel percorso di organicità e di gradualità, che ha contraddistinto il nostro lavoro d’insieme, in questo anno, la comunità ha davanti un sentiero tracciato. Se riusciamo, come comunità locale, a configurarci come “organismo pastorale vivente” che ha deciso insieme qualità e dosi da assumere delle proposte pastorali, allora la comunità non è tirata da tutte le parti.
Assorbiti, come siamo nell’ordinaria amministrazione, non sempre siamo consapevoli che siamo in un’epoca post-cristiana. Si attiva qui quel “partire dalla Parola” dal cui annuncio e ascolto nasce e rinasce la fede: un itinerario disegnato come catecumenale, avente come soggetto l’intera comunità e strutturato in tappe secondo precisi criteri pastorali.

1. La centralità della Parola e la Pastorale dell’Ascolto
Così il Signore si rivolge al Suo popolo: «Ascolta Israele le leggi e le norme che io vi insegno perché le mettiate in pratica perché viviate… questa sarà la vostra saggezza e la vostra intelligenza agli occhi dei popoli» (Dt 4,1-6).
Dobbiamo tornare ad ascoltare il Signore per recuperare la identità della nostra santa religione cristiana. In un mondo paganeggiante noi cristiani insistiamo ancora con alcune pratiche religiose tradizionali, magari accentuandole, pensando che questo ci basti per contrapporci alla invadenza della mentalità secolarizzata. Tutti ci accorgiamo, poi, che la vita concreta va da un’altra parte e scorre molto lontana dal vangelo. Rischiamo così di perdere l’autenticità della nostra religione, che è una religione speciale, dove Dio si rivela al Suo popolo e ci parla. Noi non apparteniamo alla prima generazione cristiana, che ha visto ed incontrato Gesù, Verbo fatto carne. Dove possiamo incontrare Gesù, oggi? L’amore desidera conoscere, vedere e toccare. Sappiamo, però, che la Sua carne è tornata Parola, per farsi carne in noi che l’ascoltiamo e la contempliamo. Perché l’uomo diventa la Parola che ascolta, come Maria, che accogliendo la Parola di Dio trasmessaLe dall’Angelo Gabriele, concepì nel Suo seno il Figlio, Parola fatta carne. Questo è possibile anche a noi, quando ascoltiamo la Parola: «mia madre, mio fratello sono coloro che ascoltano la mia Parola e la mettono in pratica» (Lc 8,21).
La Parola che ci racconta la storia di Gesù è per noi la Sua Carne, norma di fede e criterio supremo di discernimento spirituale. Diversamente ci inventiamo un Dio fatto su misura delle nostre fantasie religiose e crediamo non in Lui, ma nelle nostre idee su di Lui. Di Dio non abbiamo nessuna immagine e non dobbiamo farcene alcuna. Lo conosciamo attraverso la Sua rivelazione ad Israele e attraverso la vicenda di Gesù di Nazareth, in cui abita corporalmente tutta la pienezza della divinità. Per questo tu sacerdote, tu discepolo di Cristo, leggi sempre le Scritture, per conoscere la Parola di cui sei servo a salvezza tua e a forza dei fratelli. E’ la nostra professione di fede di apostoli e di credenti in Cristo.
Leggiamola sempre con stupore e rendimento di grazie, così la Parola sarà luce per i nostri occhi e gioia per il nostro cuore. Leggi e stupisci, convertiti e gioisci, discerni e agisci. Leggiamola con i fratelli: di fronte ad essa nessuno è maestro, Lui è l’unico Maestro, noi siamo tutti fratelli.
La Lectio porta frutto se arriva alla “fractio verbi”. I fratelli ascoltano, meditano, “ruminano” e, poi, fanno la “collatio”: restituiscono ciò che hanno ricevuto, arricchito dalle proprie risonanze interiori.
Come avviene la “fractio panis”, di mano in mano, così si realizza la “fractio verbi”, di bocca in bocca, in una circolarità e reciprocità che ci svela e ci arricchisce. E’ un ricevere e un donare reciproco.
La Parola è «come una spada a doppio taglio, penetrante tra l’anima e lo spirito, tra le giunture e le midolla» (Eb 4,12), che mette a nudo il nostro cuore, che liberato può mettersi all’ascolto della Parola. Questa, la Parola, crea e agisce «come la pioggia e la neve discendono dal cielo e non vi ritornano senza aver irrigato al terra, senza averla fecondata e fatta germogliare così che dia il seme al seminatore e pane a chi mangia, così sarà della Parola uscita dalla mia bocca; no ritornerà vuota a Me senza aver operato quanto è mio desiderio e senza aver realizzato ciò per cui l’ho mandata» (Is 55,10-11).
La Parola di Dio, accolta, risuona nella coscienza e la cambia: dove c’è risonanza c’è anche la “scrutatio cordis”, che esige di essere restituita. La “traditio verbi” esige la “redditio verbi”, si riceve e si ridona.
Con l’aiuto di Dio e la disponibilità di coloro che saranno chiamati a collaborare, è nostro intento:
a)Riorganizzare l’Ufficio Diocesano per la Evangelizzazione e la Missione, comprendendo l’Ufficio di Primo annuncio, il catecumentao degli adulti, l’ufficio Catechistico, l’Ufficio Missionario, l’Ufficio Scuola.
b)Sarà costituita una “scuola di formatori” in Arienzo, che miri a formare un gruppo di animatori biblici, capaci di promuovere gruppi di ascolto e di condurre itinerari di catecumenato.
c)Per i parroci che ne avvertissero la necessità o l’utilità, l’Ufficio metterà a disposizione una èquipe mobile di animatori biblici.
d) Anche per i catechisti e gli insegnanti di religione della diocesi saranno organizzati incontri di formazione e di aggiornamento professionale alla luce del documento dell’Ufficio Catechistico Nazionale del 4 giugno 2006.

2. La Chiesa è la Comunità di Gesù
Tutti ci chiedono i Sacramenti. Questi sono i tesori che il Signore ha affidato alla Sua Chiesa. I Tesori del Suo Amore crocifisso e risorto che ci accompagna nel nostro cammino di santità. Ai dodici apostoli, nucleo della Chiesa delle origini, e a tutti i discepoli, Gesù ha affidato questo tesoro, che si perpetua nel tempo attraverso i successori degli apostoli.
La Chiesa, perciò, è la comunità formata da tutti coloro che hanno accettato di accogliere l’Amore del Signore trasmesso dagli apostoli, che sono diventati amici di Gesù, cioè la sua comunità che continua ad offrire a tutti gli uomini, a nome di Gesù, questi tesori.
I sacerdoti, i parroci, nelle loro rispettive parrocchie aiutano quanti lo desiderano a ricevere nel modo migliore i sacramenti, che contengono l’amore di Dio per noi. I sacramenti sono sette ma tutti discendono da un unico grande Sacramento, che è la persona di Gesù. Attraverso i sacramenti noi incontriamo personalmente Gesù, che è la risposta al nostro bisogno di vita. Gesù stesso ha disposto, però, che questo incontro con Lui e con Dio passasse attraverso la Chiesa. E questo è nella logica della incarnazione. Facendosi uomo Dio ha voluto che i contemporanei di Gesù potessero vedere, ascoltare e toccare personalmente il Suo amore per noi.
Ma ha voluto che anche gli altri uomini, che sarebbero venuti al mondo dopo Gesù, avessero la medesima possibilità. Perciò Gesù ha fatto dei suoi amici, della comunità della Chiesa, il Suo Corpo e il prolungamento della Sua umanità, che è presente in questo mondo.
Gesù disse: «Io sono la vite voi i tralci» (Gv 15,5). E un’altra volta: «Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro» (Mt 18,20). E ancora: «Io sono con voi tutti i giorni sino alla fine del mondo» (Mt 28,20).
Gesù, Dio fatto uomo, ha costruito un ponte tra noi e il Padre, si è fatto mediatore che unisce le due sponde dell’umanità e della divinità, e stabilisce la comunione tra Dio e noi e noi e Dio. Questa funzione fondamentale di Gesù la tradizione cristiana la esprime attraverso il termine “Sacramento”. Gesù è il Sacramento del Padre, segno di unione con Dio, del nostro incontro con Dio e con la Vita vera.
Oggi, Gesù asceso al cielo, esercita questa funzione sacramentale attraverso la Chiesa, il Suo Corpo che si prolunga nello spazio e nel tempo. A distanza di duemila anni anche noi possiamo ascoltarLo, vederLo e toccarLo, come i suoi contemporanei, attraverso il Suo Corpo mistico che è la Chiesa, e attraverso Lui ascoltare, vedere e toccare l’Amore di Dio per noi.
Non si può arrivare a Gesù se non attraverso la Chiesa, Suo Corpo presente nel mondo. La Chiesa è la strada principale, l’autostrada sulla quale corrono le relazioni tra Dio e noi e noi e Dio. La Chiesa è il Sacramento fondamentale della vita cristiana che custodisce il Sacramento fontale, che è Gesù e gli altri sette sacramenti che sgorgarono dal cuore di Cristo.
Chi decide oggi di diventare amico di Gesù, o chiede alla Chiesa di battezzarlo, cioè di accoglierlo nella comunità degli amici di Gesù, chiede una volta per sempre di appartenere alla Chiesa.
Qual è oggi il rapporto dei cristiani con la Chiesa, quale rapporto di familiarità i cristiani hanno con essa?

3. Il criterio della domenica, giorno del Signore
Già per gli Ebrei la pratica del Sabato, giorno destinato alla relazione con Jahvé e la comunità, era ed è di importanza estrema. Perché questa pratica? L’identità di un appartenente al popolo di Dio dipende dalla sua relazione con il Signore e con la comunità. Dal momento che questa relazione non la si può vivere tutti insieme, tutti i giorni, il Signore stesso ha disposto che la si vivesse tutti insieme, almeno, un giorno alla settimana, il sabato. Da qui scaturisce il terzo comandamento: «ricordati di santificare la festa». Senza la partecipazione effettiva a questa pratica non si poteva, per gli Ebrei, appartenere al popolo di Dio.
La comunità cristiana ha fatto propria questa tradizione, trasferendo la celebrazione del sabato al giorno successivo, giorno della Resurrezione di Gesù, chiamato perciò il giorno del Signore, che è diventata la nostra domenica.
I primi cristiani vivevano l’Eucarestia come l’atto essenziale e centrale della loro fede. La celebravano prima dell’alba, sia perché Gesù era risorto alle prime luci dell’alba del primo giorno della settimana, sia perché essendo la domenica, allora, giorno lavorativo non avevano altro momento della giornata in cui era possibile riunirsi.
Si rischiava anche il martirio, in tempo di persecuzione, pur di partecipare alla Cena del Signore. Negli “acta martyrum” di Abitina in Africa, durante la persecuzione di Diocleziano del 304, si legge che interrogati dal Proconsole Aulino, e arrestati perché avevano celebrato l’Eucarestia domenicale essi risposero: «sine Dominico non possumus vivere», e morirono martiri.
I nostri padri nella fede vivevano la comunità come un sacramento, Il Sacramento.
E oggi? Anche a noi il Signore raccomanda di fare comunità, tutti insieme, in Lui, almeno una volta la settimana, la Domenica. Questo è il senso originario della pratica della Messa festiva.
Andiamo a Messa ogni domenica? La Chiesa per facilitare la pratica della festa domenicale ha disposto che si può partecipare alla Santa Messa anche la domenica sera e il sabato sera oltre la mattina della domenica.
La partecipazione alla Messa festiva non è tanto un obbligo, quanto un bisogno, un dono più che un dovere. Se partecipiamo di rado, o per nulla, alla festa domenicale, è segno che il nostro rapporto, la nostra familiarità con Gesù e con la Chiesa è molto debole.
Che senso ha ricevere uno dei sette sacramenti, il Battesimo, l’Eucarestia, la Cresima, il matrimonio, se poi manca il Sacramento fondamentale, la mia relazione con Gesù e la comunità? Perciò l’amministrazione di qualsiasi sacramento presuppone l’incardinamento reale del fedele nella realtà sacramentale dell’amore di Gesù e della comunità cristiana. Cosa vuol dire ammettere al sacramento dell’Eucarestia, che è il segno dell’appartenenza a Gesù e alla Sua Chiesa, coloro che non vi appartengono, perché non frequentano la Comunità cristiana, nemmeno nel giorno del Signore?
La nostra reazione di pastori a questo problema sembra una reazione debole: pare che ci siamo rassegnati alla “relativizzazione” del terzo comandamento.
Non possiamo stare tranquilli di fronte alla banalizzazione della santificazione della domenica: occorre evangelizzare in ogni occasione, confrontarsi, contestare, spendersi con tutte le forze, fino a rimandare anche i sacramenti, di fronte alla insensibilità dei richiedenti, che volutamente e pervicacemente rifiutano di partecipare alla Messa festiva.
Così pure confermiamo la biennalità del percorso di fede di preparazione al Sacramento della Cresima. Pur nella libertà di seguire o meno il percorso delle “trenta schede” suggeriamo di seguire, preferibilmente, un percorso di fede di natura biblica.
Ai genitori, che chiedono il Battesimo per un loro figlio, ai Comunicandi che domandano l’Eucarestia, ai Nubendi e ai Cresimandi che chiedono il rispettivo sacramento, i parroci non si arrendano facilmente a concedere il sacramento richiesto senza aver cercato di instillare nell’animo dei richiedenti la gravità della loro omissione e la perdita della gioia di mancare alla festa del Signore. Anzi si industrino a rendere la celebrazione domenicale bella e gioiosa, accogliente, ricca di ministeri e di partecipazione dell’assemblea.

4. La Comunità presbiterale: condizione per la missione
«Il Signore Gesù fece dodici, che chiamò anche Apostoli, per essere con Lui e per inviarli ad annunciare e ad aver potere di scacciare i demoni» (Mc 3,14e.s.). Dopo aver chiamato alla fede ciascun discepolo Gesù “fece dodici”: i dodici patriarchi, la radice del nuovo popolo. Questa comunità è fatta dal Signore stesso con un atto creatore: ci unisce a sé e ci fa uno con Lui e così ci fa figli del Padre e fratelli tra di noi.
La Comunità fraterna è il punto di arrivo, il frutto maturo di ogni missione, ma insieme è anche il suo punto di partenza, dove chi annuncia vive in prima persona e testimonia con forza la verità di ciò che annuncia: è nella fraternità che risplende il Volto del Figlio, la Gloria del Padre, la luce dello Spirito.
Il principio della missione è l’essere con Lui, il Figlio che conosce l’amore del Padre; il fine è che tutti gli uomini entrino in questa comunione; il mezzo è farsi fratello proclamando a tutti il “Nome di Gesù” in cui ritroviamo la nostra verità di figli e fratelli.
Il nemico, satana, farà di tutto per rompere la comunità, sapendo così di distruggere l’opera di Dio. Egli farà vedere il male del fratello, invece del male, ben più grave, che facciamo noi quando lo giudichiamo o lo condanniamo.
La comunità perfetta non è quella dove non si sbaglia: sarebbe una comunità di farisei. E’ quella dove ci si accetta nei propri limiti. Il giudizio dell’uomo è come un setaccio: lascia passare la farina e trattiene al crusca. Quello di Dio è come un vaglio: lascia la passare la crusca e trattiene la farina.
La croce è il giudizio di Dio: ci stima tanto da dare la vita per noi, che siamo ancora nel peccato. L’amicizia nel Signore tra noi presbiteri giova molto all’apostolo contro la tentazione dell’evasione, della fuga e della compensazione affettiva.
Il Signore “fece dodici per essere con Lui”. Lui, Gesù, è il centro della Sua comunità, come nel cuore di ognuno. La nostra prima preoccupazione non sia “il fare per Lui”, come Marta, ma “l’essere con Lui”, come Maria. Essere con Lui, il Figlio, è il destino ultimo di ogni creatura: «Tutto è fatto per mezzo di Lui e in vista di Lui e solo in Lui sussiste» (Col 1,16e.s.).
«Non è bene che l’uomo sia solo» (Gn 2,18).
Solo con il Figlio l’uomo colma la sua solitudine abissale. Se non siamo “con Lui” il vuoto del cuore ci spinge a fare tante cose buone tranne l’unica che siamo chiamati a fare: l’Evangelizzazione. L’Apostolo non è un impresario di opere più o meno buone, egli è uomo di Dio, uno che sta con il Signore Gesù e insegna a fare altrettanto.
Nella intimità liberante con Lui sperimentiamo in prima persona ciò che dobbiamo annunciare agli altri: «Va’ e annuncia ciò che il Signore ti ha fatto» (Mc 5,19).

Carissimi, concluso il Convegno diocesano (8-10 settembre), dopo aver attentamente ascoltato e aver ricevuto l’incoraggiamento del Consiglio Pastorale (14 settembre) e di quello Presbiterale (19 settembre), con il conforto del consenso unanime dell’Assemblea Presbiterale del 28 settembre, nella mia responsabilità di vescovo e pastore di questa Santa chiesa di Dio che è in Acerra, affidatami dalla Divina Provvidenza, dispongo che in ogni parrocchia, in ogni comunità religiosa, in ogni gruppo associativo sia accolto e praticato come normativo, questo programma pastorale, riguardante alcuni punti chiave di quella conversione pastorale, additataci dalla “Novo Millennio Ineunte” di Giovanni Paolo II, dagli orientamenti pastorale della CEI per il decennio 2000-2010 “Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia” e da tutta una serie di documenti del Consiglio Permanente della CEI della Commissione Episcopale della Dottrina per la Fede.

L’amore di Gesù, Maestro e Pastore e lo sguardo benedicente di Maria ci accompagnino nelle fatiche del nuovo anno pastorale.