Diocesi di Acerra

 

XXV CONVEGNO ECCLESIALE

 

“verso Verona…. È tempo di laici corresponsabili”

9, 10, 11 settembre 2005

Cattedrale di Acerra

 

 

 

 

Venerdì 9 settembre ‘05

I laici, corresponsabili e testimoni

Mons. Giovanni Rinaldi

Vescovo di Acerra

 

 

 

Il compito dell’annuncio e della testimonianza del Vangelo ci riguarda tutti: Vescovi, Presbiteri, Diaconi, Uomini e Donne di vita consacrata, Laici e Laiche: siamo una Chiesa di collaboratori per il Vangelo. L’evangelizzazione è il compito prioritario per la Chiesa, che è stata mandata dal Risorto nel mondo ad annunciare, celebrare e testimoniare l’amore di Dio, che per mezzo di Gesù Cristo vuole salvare tutti gli uomini. «Evangelizzare è la grazia e la vocazione propria della Chiesa, la sua identità più profonda. Essa esiste per evangelizzare» (EV). Ma quest’opera assume una specifica connotazione nella vita dei fedeli laici. Noi Presbiteri e Pastori sappiamo bene di dover condividere con loro la missione della Chiesa nel mondo, consapevoli del bene che deriva dall’opera dei laici e dello specifico apporto che nella loro condizione sono chiamati ad offrire al dispiegarsi del Regno di Dio nella storia. Molti passi sono stati compiuti, negli ultimi decenni, sulla strada della promozione dei fedeli laici nella vita e nella missione della Chiesa. Il Magistero, la riflessione teologica, ma soprattutto il Concilio Vaticano II, di cui celebriamo il 40°, ci ricordano che i laici, «dopo essere stati incorporati a Cristo col battesimo e costituiti popolo di Dio, e nella loro misura, resi partecipi della funzione sacerdotale, profetica e regale di Cristo, per la loro parte compiono, nella Chiesa e nel mondo, la missione propria di tutto il popolo cristiano. Il carattere secolare è proprio e particolare ai laici. […] Per loro vocazione è proprio dei laici cercare il regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio» (LG 31).

 

Non sempre l’auspicata responsabilità ha avuto adeguata realizzazione e non mancano segnali contraddittori. Si ha talora la sensazione che lo slancio conciliare si sia attenuato. Sensazione che lei, Eccellenza, ha sottolineato autorevolmente quale Presidente del COP al Convegno di Perugia, sostenendo che ci sia «una diminuita passione per l’animazione cristiana del mondo, del lavoro e delle professioni, della politica e della cultura: insomma un impoverimento del servizio pastorale dei laici all’interno della comunità ecclesiale». Anzi lei, Eccellenza, lo ha detto con forza: «Se vogliono essere comunità profetiche di speranza, le nostre Parrocchie non possono vivere un  cristianesimo a semaforo rosso, fatto di divieti od offrire moralismi o lanciare anatemi. Dobbiamo scrutare tutti i segnali di speranza che Dio semina nella vita delle persone, del territorio, della cultura e del mondo. Terreno prioritario dell’impegno pastorale resta la politica e il sociale, traducendo l’esperienza del Risorto con più coraggio nelle Istituzioni. C’è bisogno di Parrocchie che si scrollino dal proprio continuo guardarsi addosso e si misurino con la vita del territorio, le sue dinamiche, le sue politiche».

 

Come cristiani abbiamo il compito di testimoniare al mondo che la speranza non è utopia né illusione. Tutto questo richiede Parrocchie che non favoriscano un laicato preoccupato della gestione delle sacrestie, autoreferenziale nei suoi carismi, bensì Parrocchie che osino praticare e formare alla corresponsabilità come prima declinazione della comunione, come riappropiazione da parte della comunità e di tutte le sue componenti dell’insieme della vita ecclesiale, delle scelte sul proprio futuro della propria azione di evangelizzazione. E lei ha anche insistito sul fatto che per superare l’autoreferenzialità sono provvidenziali anche le Associazioni ecclesiali per creare quegli spazi di relazionalità che ricuciscano il tessuto sociale. Ci spieghi meglio Eccellenza. Certo tutto questo interpella anche noi Presbiteri, affinché sappiamo lavorare per la comunione per misurarci con un laicato maturo e preparato. Senza dimenticare che l’orizzonte permanente di una pastorale di prima evangelizzazione, che si alimenta alle fonti della Parola e dell’Eucaristia e si traduce in un servizio operoso deve rimanere stabile: altrimenti il rischio del “presentismo” e del “politicismo” potrebbe rinascere, così come ci ricorda il Card. Tettamanzi nell’Instrumentum Laboris preparato per Verona: «Il cuore pulsante della testimonianza sta nella consapevolezza della Risurrezione di Cristo, e il Crocifisso Risorto è il nome della Speranza cristiana. Vedere, incontrare e comunicare il Risorto è il compito della testimonianza cristiana». Che ci prendiamo cura, anzitutto, della qualità della fede dei credenti prima di ogni impegno. E, ancora, «rendere vitale la coscienza battesimale del cristiano a partire da un’attenzione speciale ai cammini di iniziazione di adulti, ragazzi e giovani» (n° 7).

 


 

 

Sabato 10 settembre ‘05

Alle sorgenti di ogni apostolato: l’Eucaristia

Mons. Giovanni Rinaldi

Vescovo di Acerra

 

«Perché i laici diventino corresponsabili nella Chiesa è indispensabile uscire da quello strano ed errato atteggiamento interiore che faceva sentire il laico più “cliente” che compartecipe della vita e della missione della Chiesa» (Lettera ai laici n° 3).

Fonte della comunione ecclesiale è l’Eucaristia che genera nell’uomo la vita trinitaria e sospinge i credenti a diventare in Cristo un solo Corpo e un solo Spirito.

La forza dell’Eucaristia rende la comunione ecclesiale organica, operativa, divina e umana, gerarchica e fraterna allo stesso tempo. L’Eucaristia costruendo la Chiesa, crea comunità tra gli uomini. Il rapporto Eucaristia-Chiesa è un rapporto dinamico e non statico, in quanto non solo sta al centro, ma fa la Chiesa, nel senso che la trasforma sempre più ad immagine del suo capo, Gesù Cristo. «[La Chiesa] crede ugualmente di trovare nel suo Signore e Maestro la chiave, il centro e il fine di tutta la storia umana» (GS 10), la fonte da cui promana tutta la grazia e tutta la vita, «è il fine della storia umana, “il punto focale dei desideri della storia e della civiltà”, il centro del genere umano, la gioia d'ogni cuore, la pienezza delle loro aspirazioni» (GS, 45).

Come i due di Emmaus le Scritture spiegate, il Pane spezzato, il Volto svelato e il Cuore riscaldato da Gesù in persona, anche noi ritroviamo il Volto dello stesso Signore attraverso le Scritture, l’Eucaristia, i Sacramenti, la Chiesa. Se comprenderemo la bellezza e la grandezza della forza rigeneratrice dell’Eucaristia e della comunione, che da essa promana, cresceremo insieme nello spirito del servizio, nel senso del debito che spinge a ridonare ciò che si è avuto in dono.

Ma qui, cari amici, ci imbattiamo in un problema pastorale enorme: quello del recupero del comandamento della messa festiva. Ci eravamo posti un anno fa come Presbiterio e ci poniamo oggi come Assemblea diocesana l’obiettivo di un cammino di fede per i Cresimandi adulti, un cammino biennale, che includeva anche come obiettivo irrinunciabile il precetto festivo della Messa accanto al Sacramento della Penitenza.

Circa otto battezzati su dieci si definiscono cattolici non praticanti. Buona parte dei praticanti considera il comandamento della messa festiva come un optional legato all’adempimento di un dovere peraltro non vincolante, al punto che i fedeli, che si avvicinano liberamente al sacramento della Riconciliazione, omettono di accusare l’inosservanza del precetto festivo come peccato. Da ciò scaturisce che la massa dei fedeli sta perdendo il significato del Dies Dominicus, come memoriale della morte e della risurrezione di Cristo.

Questo degradare in senso sociologico della pratica sacramentale esige che si cerchi di porre un argine alla ignoranza e alla superficialità con cui la gente si avvicina ai Sacramenti. O noi torniamo ad una evangelizzazione seria, capace di rischiarare il senso profondo dell’Eucaristia, come sacramento della gratuità e dell’amore, o cerchiamo di porre un argine disciplinare all’ignoranza e al disordine sacramentale, oppure ci abituiamo al sacrilegio continuo nelle nostre Chiese. Che tristezza!

Dott. Accattoli, lei ha scritto in un suo aureo libretto: ­«Non possiamo noi cristiani d’Occidente vendere la domenica per trenta denari» Sì, se questo andazzo continuasse significherebbe tradire la storia cristiana. C’erano, una volta, le “tregue di Dio” che bloccavano la guerra per dare modo ai combattenti di osservare il precetto festivo; c’erano gli interdetti per chi violava o costringeva a violare la domenica. Obliando la domenica non solo si tradirebbe la tradizione sacramentale, che faceva del comandamento di santificare la festa il cardine di ogni confessione, ma soprattutto rischiamo di rendere evanescente il grande evento della croce, fonte di ogni salvezza e memoria perenne dell’amore di Dio, svelatosi a noi nel Cristo Crocifisso.     

 


 

 

Domenica 11 settembre ‘05

“La famiglia soggetto di evangelizzazione”

Mons. Giovanni Rinaldi

Vescovo di Acerra

 

 

La famiglia ha una sua identità teologica e pastorale, ma anche sociale e costituzionale. Essa ha una sua soggettività originale sul piano ecclesiale a anche sul piano civile. La famiglia è un soggetto unitario (marito, moglie e figli), un gruppo sociale umano primario, non un gruppo qualunque. Un gruppo sociale che si distingue dal semplice gruppo fatto di relazioni intersoggettive, cioè una somma di soggetti-persone. La famiglia è un soggetto unitario normato da una definizione di confini socialmente vincolanti, con diritti e compiti, con relazioni di reciprocità, che ne fanno una istituzione sistematica, che la pone oltre la semplice convivenza. Il termine “famiglia” è diventato polisemico se non equivoco: si dice famiglia l’unione consacrata dal sacramento; famiglia è l’unione sancita civilmente; si dice famiglia anche una unione di fatto tra persone di sesso diverso e, perfino, tra persone dello stesso sesso. Confusione linguistica e ambiguità delle concezioni socio-culturali. La cultura è l’ethos del popolo italiano trova espressione nella Carta Costituzionale che riconosce la famiglia fondata sul matrimonio. Art. 29: «La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio. Il matrimonio è ordinato sull’uguaglianza morale e giuridica dei coniugi con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell’unità familiare». Qualsiasi legislatore, ad ogni livello, non può non tenerne conto. Spesso, per motivare certe aperture o aggiornamenti vengono avanzate “le ragioni sociali” per non fare discriminazioni tra i cittadini. Bisogna fare chiarezza. Bisogna distinguere tra persona e famiglia. La persona, che è il cardine del nostro ordinamento civile, è soggetto unico-irreperibile, con diritti irrinunciabili e senza discriminazione. Lo Stato si deve fare carico di ogni persona, deve garantirne i diritti, uomo o donna che sia, cattolico o ateo, celibe o sposato. La famiglia, però, non è una semplice somma di persone: non è il risultato quantitativo di addizioni 1 + 1, ma è un nuovo soggetto sociale costituito da più persone, una pluralità qualitativamente nuova. Il fatto che le persone stiano insieme (2,3,4) non produce di per sé qualitativamente nuova qual è la famiglia. Del resto basta una constatazione. Perfino le “unioni di fatto” col loro definirsi di fatto intendono dire alla collettività che non sono una qualità nuova. Lo vogliono essi stessi e perciò lo Stato non può agire nei loro confronti come se fossero un’altra cosa.

Se la famiglia sul piano civile-costituzionale è un nuovo soggetto sociale, tanto più sul piano ecclesiale è un soggetto di evangelizzazione. Non possiamo chiedere allo Stato e alla società civile di riconoscere la soggettività della famiglia prima ancora di averla attuata nelle nostre comunità. Nella lettera alle famiglie Giovanni Paolo II ha detto: «La famiglia è la prima via della Chiesa». Dobbiamo ammettere che la nostra pastorale non considera ancora la famiglia in maniera diffusa come una realtà originale e specifica con percorsi specifici di formazione spirituale e pastorale. Le Parrocchie e le famiglie devono passare dal dialogo alla corresponsabilità. Presbiteri e Sposi devono inter-agire. La pastorale, ci diceva qualche anno fa Mons. Bonetti, non coincide con il suo Parroco, sebbene egli rivesta un ruolo di presidenza nelle diverse e molteplici attività parrocchiali, ruolo conferitogli dall’ordinazione e dal mandato del Vescovo. Eppure Sacerdoti e Sposi, in virtù del dono-missione che scaturisce dalla loro rispettiva identità sacramentale, sono chiamati ad inter-agire nell’attività pastorale. Il ministero presbiterale e il ministero coniugale sono chiamati ad essere per la comunità una via privilegiata per l’edificazione della Chiesa. Il Magistero nel guardare al sacramento dell’Ordine e a quello del Matrimonio vi ha visto qualcosa di più di un semplice legame:

a.         Entrambe le vocazioni specificano la comune vocazione battesimale e hanno una comune finalità a costruire il popolo di Dio (Sacramenti sociali).

b.         Il Sacramento dell’Ordine è conferito al singolo, mentre il Sacramento del Matrimonio è dato ad una unità di persone. Ma ambedue attualizzano, in due modi diversi, l'Alleanza di Dio con l’umanità e di Cristo con la Chiesa.

c.         È il Cristo-Sposo che rende alcuni idonei ad essere testimoni del suo essere Sposo (Ordine) e da altri ad esprimere con la loro relazione di amore il suo amore sponsale per la Chiesa Sposa (Matrimonio).

 

Il Ministro agisce in “Persona-Christi in forma-sponsi”, i Coniugi, nella loro unione coniugale e nella loro intimità, esprimono in forza del Sacramento dell’Amore ricevuto “in Fonna amoris sponsalis” il legame che unisce Cristo-Capo alla Chiesa-Corpo.

Sono due volti dell’unico mistero del Cristo-Sposo, vissuto nell’unità della sacramentalità della Chiesa e partecipano secondo modalità di"erse e sacramentalmente differenti, anche della missionarietà della Chiesa.

Ci auguriamo che questo Convegno possa far scoccare quella scintilla della nostra comune consapevolezza di Sacerdoti e di Sposi che si rendono disponibili e corresponsabili all’unica missione evangelizzatrice della Chiesa.