Diocesi di Acerra
XXV CONVEGNO ECCLESIALE
“Verso Verona…. È tempo di laici corresponsabili”
9, 10, 11 settembre 2005 - Cattedrale di Acerra
Domenica 10 settembre ‘05
LA DIMENSIONE NUZIALE DELL’EUCARISTIA:
EUCARISTIA E FAMIGLIA
Attilio Danese e Giulia Paola Di Nicola
Introduzione
In questa relazione, che sarà esposta a voci alterne, vorremmo esplicitare il legame tra Eucaristia e famiglia mostrando il modo in cui amore umano e divino si incontrano, come in una ascesa dalla terra verso il cielo e una discesa dal cielo verso la terra. Allo stesso tempo faremo una sorta di esame di coscienza della nostra vita di sposi e della nostra vita familiare in rapporto all’Eucaristia.
Partiamo ponendoci alcuni interrogativi:
I. Spesso, purtroppo è vero, nella mentalità comune di noi cristiani l’Eucaristia è solamente il Sacramento che le famiglie ricevono la domenica, limitato alla distribuzione del Pane Eucaristico e a qualche momento successivo?
II. Un altro pregiudizio che inficia il nostro rapporto con l’Eucaristia, è quello di credere che in fondo mentre il matrimonio ci riguarda, il battesimo riguarda i nostri bambini, l’Eucaristia sia una cosa soprattutto dei sacerdoti.
III. Un altro ostacolo, il terzo, è considerare l’Eucaristia come qualcosa di molto individuale. L’educazione al raccoglimento personale, ricevuta quando ancora ragazzini ci siamo preparati alla Prima Comunione, non deve indurre a pensare che l’Eucaristia sia una cosa che ha poco a che fare con l’unione tra due persone, riguardando unicamente gli sposi come singoli e non nella loro unione.
Senso del Mistero
Innanzitutto, dobbiamo prendere in considerazione il “Senso del Mistero” che avvolge il sacramento dell’Eucaristia, il sacramento dell’Ordine e il sacramento del Matrimonio.
«Questo mistero è grande», si dice in particolare a proposito del sacramento del matrimonio, e noi potremmo ripeterlo: Questo mistero è grande.
La famiglia: un “pane da condividere”
Senza la pretesa di dare risposte, spiegazioni teologiche o di altre scienze, cercheremo di meditare insieme a voi, affinché il Signore ci illumini e ci dica qualche cosa.
Come? A partire dalla vita di famiglia: un pane da condividere.
Una “Chenosi” ulteriore
Nell’Eucaristia l’amore ci viene offerto, da una parte, in una ulteriore chenosi del Cristo; cosa significa l’espressione: “Dio si è incarnato nel Cristo, ha preso un corpo” se non che nell’Eucaristia c’è una chenosi, un annientamento ulteriore del Cristo? Perché una cosa è avere un corpo, muoversi, un’altra è essere un pezzo di pane, spesso chiuso in un Tabernacolo e apparentemente morto, inattivo, inesistente all’occhio dell’ateo.
I “Significati” del Pane (“mangiare insieme”: cibarsi in com-pagnia dello stesso pane)
Nello stesso tempo, però, è stato scelto questo pane perché esso evoca tante cose e ricopre significati particolari nelle varie tradizioni e culture (Pensate all’usanza di baciare il pane caduto, quasi un gesto religioso!). Il pane da condividere è gesto di amicizia, ospitalità; l’invito attorno ad una mensa a condividere il pane normalmente significa accoglienza. Anche due persone che stipulano un affare o concordano qualcosa, spesso, finiscono attorno ad una mensa, con la quale si sigla l’unità raggiunta.
E quale luogo migliore per evocare il significato del pasto come “stare insieme”, “condividere”, fare “festa”, se non la famiglia?
L’unione della famiglia attorno alla mensa è qualcosa che si ripete quando ci sono feste, compleanni, ed è allora che la “tavola” acquista il suo fascino, la sua bellezza e, potremmo osare, la sua “potenza”: non è un caso che i nostri ricordi della famiglia sono legati spesso proprio al profumo del pane, alla condivisione della tavola.
Ricordi forti e indelebili, che hanno accompagnato la nostra formazione di uomini e donne.
La festa del Banchetto Nuziale
Lo stesso Gesù ha inserito il “Suo Sacramento” in un contesto tipicamente familiare. Non solo, Egli ha inviato i due discepoli perché “preparassero” la sala, dando precise indicazioni: «Andate in una bella sala, dite che vi mando io», e, soprattutto, ha preparato un banchetto! Questo aspetto il vostro Vescovo lo sottolinea molto bene nella Lettera Pastorale.
Il banchetto di Gesù evoca per noi sposi la festa del banchetto nuziale.
In molti passi del Vangelo viene riportata la metafora del banchetto nuziale: «Andate per i crocicchi ad invitare tutti…e vestano l’abito per la festa. Gesù ha dato un significato alla “Mensa” che va oltre il semplice nutrimento fisico, e lo ha fatto non solo quando ha istituito l’Eucaristia bensì in tutti i momenti in cui «amava mangiare con i suoi». Era evidentemente una Persona invitata volentieri dagli altri, certamente non era un “invitato pesante”, uno che faceva soltanto del moralismo. Probabilmente era qualcuno con cui si stava bene insieme, che amava anche scherzare, e perché no magari beveva come tutti un bel bicchiere di vino con gusto. Era un invitato che la gente si contendeva perché la Sua presenza a tavola era “un dono”.
Nell’Eucaristia ci viene donato un Pane da condividere, da mangiare addirittura con un nemico: «Se devi andare all’offerta vatti a riconciliare prima, lascia l’offerta e se qualcuno ha qualcosa contro di te va e riconciliati».
Il pane è segno di condivisione, pertanto non può essere preso nella inimicizia.
La “Tavola Imbandita”
Oggi, sempre di più, c’è un “gusto estetico” nel preparare i cibi, le pietanze, nell’adornare la tavola con i fiori, nel mettere magari la tovaglia “dorata”. Tutto ciò non è solo senso di adorazione, ma è anche un segno di festa.
Educare alla “Festa” e al “Ringraziamento”
In famiglia è necessario trasmettere ai propri figli, senza aspettare necessariamente il momento della Prima Comunione, la bellezza della condivisione, perché è nei gesti quotidiani che si può apprendere un modo di essere, un modo di condividere, un modo di stare assieme a tavola. E’ necessario abituare i nostri ragazzi al “Ringraziamento”.
L’Eucaristia è “Rendimento di Grazie, ed è importante che in famiglia si educhi alla bellezza, alla gioia, alla compartecipazione, al senso di ringraziamento del banchetto eucaristico, trasmettendo la gioia di vivere la mensa quotidiana in preparazione al banchetto domenicale. Dare da mangiare non è solo dare vitamine, proteine, ma soprattutto trasmettere questo amore, fin dall’allattamento. Sempre più spesso si rimane scandalizzati nel vedere bambini e giovani che avanzano pretese a tavola: “Io questo non lo mangio..., voglio questo o quello”, e i genitori, succubi dei capricci dei figli, gli vanno dietro, cambiando il cibo o magari ricominciando a cucinare. L’educazione, al contrario, deve essere al Ringraziamento. Un tempo si faceva il ringraziamento con la preghiera esplicita, oggi molte famiglie lo fanno ancora, anche se non tutti lo possono fare quando i figli sono grandi e magari rifiutano la fede; ma l’atteggiamento di gratitudine, indipendentemente anche dalla fede, va appreso a casa, a partire dagli sposi che si ringraziano l’un l’altro quando collaborano a vicenda alla preparazione della mensa, perché questo ringraziamento educa i figli a sapere che tutto è amore, che il cibo è amore, ed anche a comprendere che la stessa Eucaristia è Rendimento di grazie al Cristo e in Cristo al Padre.
La «Gratuita’» del Banchetto
Già nell’Antico Testamento, in Isaia per esempio, si sottolinea la gratuità del banchetto: «O voi tutti assetati venite all’acqua, chi non ha denaro venga ugualmente, comprate e mangiate senza denaro e senza spesa vino e latte; perché spendere denaro per ciò che non è pane, il vostro patrimonio per ciò che non sazia? Su ascoltatemi e mangerete cose buone e gusterete cibi succulenti». Ancora nel Libro dei Proverbi si legge: «La sapienza si è costruita la casa, ha intagliato le sue sette colonne, ha ucciso gli animali, ha preparato il vino, ha imbandito la tavola, ha mandato le sue ancelle a proclamare sui punti più alti della città, chi è inesperto accorra qui, venite, mangiate il mio pane, bevete il vino che io ho preparato, abbandonate la stoltezza e vivrete, andate diritti per la via dell’intelligenza».
E’ la “preparazione” all’Evento che dà senso nuova alla Mensa: «Venite alla festa, venite e mangiate, mangiate il mio corpo...».
Pane Spezzato
Nella famiglia, quando si mangia insieme, bisognerebbe pian piano educarsi alla corresponsabilità, al dono reciproco, perché mangiando insieme ci si impegna uno verso l’altro a servirsi reciprocamente: la moglie al servizio del marito, il marito al servizio della moglie, i genitori al servizio dei figli e i figli al servizio dei genitori. Non possiamo più educare i bambini, secondo una pedagogia ormai superata, ad essere quelli che ricevono soltanto. Essi devono “contribuire”, naturalmente con mansioni adatte alla loro età: possono, per esempio, prendere le pantofole al papà quando torna, aiutare ad apparecchiare o sparecchiare, e poi man mano che crescono fare altre cose. Gesù nell’Eucaristia ha impegnato se stesso, prendere il pane equivale a prendere se stesso, la propria vita in mano per donarla, e così noi dobbiamo fare nella famiglia. Gesù “spezzando” il pane spezza se stesso: è un segno del sacrificio della Croce, della propria disponibilità a non guardare a se ma al bene che può venire per gli altri. Con questo gesto Egli indica quali atteggiamenti deve tenere una famiglia: come Gesù che si fa quasi “briciola” perché gli altri possano prenderLo, assimilarLo, anche noi dobbiamo evitare di chiuderci ma essere pronti a rendere noi stessi, senza irrigidimenti ma cercando di essere “flessibili”.
Ed è per questo che Gesù sceglie il pane e non altro, perché il pane si “lascia spezzare”. Poteva prendere le pietre, ma pur senza usare disprezzo per esse, non hanno la stessa capacità di essere spezzate come il pane. Quanta vita di famiglia può essere simbolizzata in questo lasciarsi spezzare: pensate al tempo e alla pazienza che richiede la cura di un bambino, oppure alla cura dell’anima di una persona affetta da depressione. Il “lasciarsi spezzare”, evocato dal gesto eucaristico, diventa allora un gesto quotidiano, abitudine giornaliera ad “essere per l’altro”. Cosicché quando si va all’Eucaristia la domenica, non la si vive come un ritualismo, ma come dimensione di vita, tappa importante a cui si porta l’insieme della settimana e da cui si ricomincia per la successiva.
L’Eucaristia e la bellezza del corpo
L’Eucaristia ha anche molto a che fare con il corpo. Gesù che si fa materia ed entra nel nostro corpo è il segno dell’importanza del nostro corpo. Nel matrimonio questo è fondamentale; come sposi e come genitori dobbiamo sapere che tutto ciò che facciamo, tutto l’amore che diamo, non passa solo per la parola, per la somministrazione dei sacramenti o quant’altro, bensì passa proprio per la donazione del corpo e gli sposi dovrebbero ripetersi l’un l’altro: «questo è il mio corpo, te lo dono». Nel pudore della stanza nuziale, dal dono reciproco del corpo nasce una vita nuova. Quanto tempo gli sposi impiegano nel prendersi cura del corpo dei loro figli appena nati, pulirlo, fare il bagnetto e poi ripulirlo dai bisogni, dargli da mangiare, misurargli la febbre? Se uno pensasse il corpo solo in termini di disfacimento, di “cimitero”, tutto questo sarebbe tempo sprecato, invece è proprio l’Eucaristia che dà al corpo l’eternità e ci obbliga a custodirlo, proteggerlo, venerarlo. Gli sposi hanno questo compito, sono loro che si occupano del corpo dei loro bambini, del corpo l’uno dell’altro: entrambi hanno il compito di vedere se l’altro, il marito o la moglie, è in buona salute, se sta bene, se fa abbastanza movimento, se sta troppo fermo, se veste decentemente, in modo elegante; non serve il lusso, ma la bellezza è anche questa, anche questo sboccia dall’Eucaristia. Tutta questa cura del corpo, fino al corpo della malattia terminale, di cui le famiglie si occupano in rapporto ai nonni, per esempio, o a quanti muoiono, sono una sorta di prolungamento dell’amore che il Cristo ci trasmette per la nostra vita completa, anima e corpo, attraverso l’Eucaristia.
Lasciarsi educare dall’Eucaristia
La famiglia riceve una educazione permanente dal Mistero dell’Eucaristia perché da lì si apprende l’importanza della cura dell’altro, del vestito, della casa dove viviamo il nostro stare insieme. Per una famiglia, che non ha come compito specifico né la predica né l’omelia, ma la “testimonianza di vita”, è importante accogliere le persone in una casa dove c’è quell’armonia capace di fare “stare bene” le persone a casa nostra, dove si respira la presenza di Dio, perché tra due sposi, nella piccola Chiesa che è la casa, può e deve esserci questa Presenza. Dall’Eucaristia traiamo una scuola permanente di attenzione a queste piccole cose che normalmente trascuriamo. Oggi c’è la moda del fitness, della cura eccessiva del corpo e non c’è la cura armonica del corpo, non c’è l’armonia del vestito. Noi cristiani, invece, dovremmo continuamente essere questa trasparenza, perché l’Eucaristia parla anche attraverso il nostro corpo.
L’Eucaristia e’ servizio
Eucaristia significa servire. La Mensa, da cui nasce l’Eucaristia, simboleggia perfettamente il servizio. Pensate al tempo impiegato nel preparare la mensa a seconda delle necessità della famiglia, e quindi nel “servire”. Un tempo importante in cui doniamo parte di noi stessi agli altri. Gesù, se da una parte si faceva servire (la suocera di Pietro, Marta, Maria, le donne che lo seguivano), dall’altra porta la grande “rivoluzione”, rispetto all’epoca, del “farsi servo”. Tutte le volte che serviamo dovremmo avere in mente Lui, che non ha fatto delle prediche sul “servire” ma Egli stesso si è fatto concretamente “servo” (quando «prepara il pesce sulle rive del lago di Tiberiade», oppure quando si identifica con un padrone che si mette a servire i suoi servi e dice: «Siate simili a coloro che aspettano il padrone quando torna dalle nozze per aprirgli subito, appena arriva e bussa, beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli, in verità vi dico si cingerà le sue vesti, li farà mettere a tavola e passerà a servirli»), sfidando le culture e la mentalità del tempo secondo cui servire era un’attività solo delle donne, degli schiavi, dei fanciulli. «Non così dovrà essere tra voi, ma colui che vorrà diventare grande si farà vostro servo»: si tratta di una frase non detta così, per caso! C’è una legge di reciprocità nuziale tra Cristo e noi. Come gli sposi si servono a vicenda così Gesù si rivolge a noi dicendo: «se voi mi avrete servito nella vita quando vi troverò, venendo, svegli, pronti al servizio, sarò io che mi metterò a servire voi». E’ una cosa stupenda, tipica degli sposi che si servono, appunto, a vicenda.
Eucaristia e’ “Onorare” l’altro
Un altro elemento che noi sposi possiamo attendere dall’Eucaristia è l’apprezzamento nei confronti dell’altro. Come sposi addirittura lo promettiamo nel momento solenne della celebrazione del nostro matrimonio: «Nella buona e nella cattiva sorte prometto di amarti e onorarti».
L’onore che viene dato all’Eucaristia, ma che torna alla famiglia, è un elemento importantissimo nella società di oggi. Troppe volte onoriamo il coniuge quando è morto, dicendo di lui un sacco di elogi. Ma perché aspettare quel momento? C’è bisogno tutti i giorni di onorare il coniuge! Con una vita così difficile, pensate al lavoro e al rischio continuo di essere buttati giù dalla concorrenza, dall’invidia, dalle gelosie della carriera, è fondamentale, all’interno delle nostre case, sentire e far sentire “l’accoglienza che ti onora”, per sostenersi a vicenda e per ritrovare, perché no, anche una qualità della vita migliore. E ancora una volta, dunque, è l’Eucaristia che ce lo ricorda: onorare l’altro diventa un compito: “custodire” e mantenere una promessa fatta: «Nella buona e nella cattiva sorte prometto di esserti fedele e di onorarti». Onorare significa non solo «ti voglio bene» ma anche «voglio il tuo bene» e quindi cerco quali sono «i tuoi talenti», quali sono «le cose che ti piacciono e che possono realizzare le tue competenze», cerco soprattutto «il disegno di Dio su di te»; una promessa, che si realizza ogni giorno, a fare «quello che tu puoi fare meglio», a «onorarti», a darti «la gloria giusta ogni giorno della vita».
«Noi siamo quello che mangiamo»
A scuola tutti abbiamo studiato Feuerbach: «L’uomo è quello che mangia e quello che beve». Ai nostri tempi pensavamo fosse un folle e neppure capivamo perché l’avessero messo tra i filosofi, ma alla luce dell’Eucaristia oggi possiamo affermare che egli non dice una cosa tanto stupida, perché in fondo attraverso l’Eucaristia noi siamo quello che mangiamo: «Sarete dei», questa promessa si realizza con l’Eucaristia, poiché Cristo entrando e scomparendo dentro di noi, facendosi magiare, assimilare, quasi distruggere dal nostro corpo, in realtà, essendo Egli Dio, è Lui che, scomparendo, ci trasforma in se stesso e ci fa diventare Dio. “Essere ciò che si mangia”: noi riusciamo ad essere confratelli, fratelli del Cristo, figli di Dio come Lui, perché grazie all’Eucaristia anche il nostro corpo si santifica e acquistiamo la stessa eternità. E’ una convinzione antichissima, che già i Greci, a loro modo, intuivano: nell’essere umano c’è l’impronta di Dio (Il mito di Dioniso).
Sul piano pratico tutto questo significa che anche durante la vita di tutti i giorni “siamo quello che mangiamo”: se sostiamo sempre davanti al televisore alla fine abbiamo acquisito quello che il televisore trasmette, se invece siamo sempre dietro allo sport alla fine è quello che ci ritroviamo; ecco perché “è importante ciò che si mangia”. E’ necessario nutrirsi di Eucaristia, ma anche di Parola, Carità, Apostolato: «Nutrirsi in senso lato è la vita del cristiano».
Nell’Eucaristia ci è offerta la possibilità di mangiare in qualche modo il Cristo. Solo in Dio è possibile mangiare ed essere mangiati conservando ed anzi esaltando ciascuno la sua particolarità, la sua differenza. «Ogni Eucaristia presso tutti i popoli è un cibarsi della divinità per salvarsi dalla solitudine, dalla disperazione, dalla morte. Fa parte dello stesso eros, misteriosa forza d’amore di tutta l’umanità. Dice l’amante a l’amato ti amo tanto che ti voglio mangiare, ciò che non è possibile all’amore dell’uomo è possibile all’amore di Dio» (Davide Maria Turoldo). E ancora S. Agostino: «Non sei tu che mi cambierai in te come l’alimento della tua carne, ma tu sarai cambiato in me», o lo stesso Paolo, il quale parlando della Resurrezione afferma: «Ciò che è mortale è inghiottito dalla vita” e ancora “vivo non più io ma vive in me Cristo». Con l’Eucaristia veniamo plasmati, vivificati, corroborati, e quindi, nelle occupazioni quotidiane della nostra vita normale, possiamo ripetere con l’Apostolo: «Sia che mangiate sia che beviate, sia che facciate qualsiasi altra cosa fate tutto per la Gloria di Dio».
Eucaristia e’ Amore
«L’amore umano – dice un certosino – desidera tre cose: la presenza, il possesso, l’unione completa». Ecco, Gesù soddisfa tutte e tre queste cose, le quali sono inscritte nella persona in quanto tale, in quanto capace di amare. Gabriel Marcel, un altro dei grandi personalisti del ‘900, afferma: «Quando uno ama qualcuno è come se gli dicesse implicitamente tu non morirai, tu non puoi morire perché ti amo, qualcosa di più forte mi dice che il tuo valore è eterno», ed è quello che ci dice Gesù nella Eucaristia. Il Suo amore è tale che ci dice: «Tu non morirai perché io ti amo e ti trasformo e ti do la mia divinità, tu non morirai», ce lo ha detto nel Vangelo: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue avrà la vita eterna». E’ l’espressione di quell’amore nuziale che l’Eucaristia rappresenta in modo eminente.
Una sola carne
Un altro aspetto, ben sottolineato dal vostro Vescovo mons. Rinaldi, è la possibilità dell’amore sponsale che fa dell’intimità una sola carne. E questo avviene nelle diverse stagioni della vita; l’Eucaristia consente questa unità nelle diverse stagioni della vita proprio nella reciprocità che vivono gli sposi, perché in queste stagioni gli sposi credenti gioiscono dell’amore vicendevole che dona ai corpi ristoro e appagamento, e li abilita a generare, ricevendo dal Cristo sollievo, nel momento della giovinezza, ma anche nel momento della malattia, e nel momento in cui ci si avvicina al grande passaggio: l’Eucaristia è il grande viatico che sostiene la nostra fede in questo momento di passaggio.
Pronti a “lasciare tutto”
Gli sposi, per poter realizzare un buon matrimonio, devono saper lasciare tutto. In genere siamo soliti pensare che solo i sacerdoti, i consacrati e le religiose debbano lasciare tutto, ma se due sposi non lasciano interiormente i loro genitori, la loro famiglia, la loro patria, i loro amici, per poi magari rimetterli insieme, non si sa quando, si vedrà, essi non sono veramente uniti, perché rimane qualcosa che ciascuno tiene per se e che inficia l’unione matrimoniale. La disposizione interiore deve tendere a questo “lasciare”. All’Eucaristia dovremmo accostarci con la stessa disposizione, ponendo Cristo al primo posto nella nostra vita, come Lui ha fatto e continua a fare per noi lasciando la Sua patria celeste, lasciando il Cielo e facendosi quel “Pezzo di Pane”. L’unione vera si compie se tutti e due, gli sposi, sono in questa disposizione di assoluta purezza e di assoluto distacco; del resto niente ci viene tolto dal Cristo, così come niente nell’amore vero che non è pura captazione o pura gelosia, uno sposo può togliere alla sposa, e viceversa, ma al contrario, glielo moltiplica: le amicizie di uno diventano anche le amicizie dell’altro, e così è nell’Eucaristia.
L’Eucaristia “rende belli”
Come sposi, come famiglia, dobbiamo imparare a saper scorgere i tanti frutti dell’amore umano e applicarli centuplicati all’Eucaristia: pensate ad una ragazza o un ragazzo che si sono innamorati, tutti vedendoli siamo pronti a dire: «Si è fatto più bello», si ha l’impressione reale che l’amore renda più belli. Una convinzione antichissima della Chiesa è che l’Eucaristia pulchrificat, rende belli. Lo dice S. Tommaso, ma lo dicevamo anche nella Messa antica: «De deum qui redificat iuventute meam», La nostra giovinezza, ringiovanisce. C’è un racconto di Simone Weil, autrice non credente, agnostica, per la quale, trovandosi in un’abbazia benedettina, l’Eucaristia fu vedere un giovane inglese che tornando dalla Comunione aveva il volto bello, trasfigurato: fu quello un segno potente per cui lei si innamorò dell’Eucaristia, tanto da rimanere – secondo quanto racconta Padre Perren – ore e ore nella Basilica domenicana di Marsiglia davanti all’Eucaristia, pur senza riceverla.
La «Maternita’» dell’Eucaristia
La maternità, nel fisico, nel corpo, è rappresentata in modo evidente nell’Eucaristia: dare il proprio corpo e il proprio sangue è tipico della chiamata della donna alla vita. Dare il sangue già dall’adolescenza, dalla scoperta della pubertà, permette di imparare a donare il proprio sangue e poi il proprio corpo ad un altra persona perché abbia la vita, perché possa crescere, permette di imparare a nutrirla con il proprio latte, come Cristo ci nutre con l’Eucaristia. Tutto avviene momento per momento, fino a che l’altro possa volare liberamente e anche autonomamente rispetto a noi. Le metafore che la Bibbia ci offre in tal senso bellissime. «Gerusalemme sarà nutrita del latte» (Isaia).
L’Eucaristia e le Beatitudini
E’ molto bello leggere le beatitudini alla luce dell’Eucaristia e della vita degli sposi. Tutto nasce dal desiderio di sentirci pienamente beati, fortunati, quando andiamo a ricevere l’Eucaristia: troppo spesso, purtroppo, le persone, anche quelle che si dicono cristiane, che vanno in Chiesa, che sono “brave”, considerano beato chi possiede questo o quest’altro, chi è molto ricco – Agnelli o Berlusconi –. Ma tale atteggiamento non può conciliarsi con la nostra mentalità, con quello che la Liturgia ci ricorda: «Beati quelli che hanno la possibilità di accostarsi alla Mensa del Signore». Esserne coscienti significa sentirsi pienamente figli di Dio, gioire di questa grande dignità, di questa vita eterna che ci viene donata gratuitamente e quindi ci aiuta a vivere con più gioia la vita di tutti i giorni.
Le Beatitudini degli Sposi, della Famiglia
- Beati voi coniugi poveri in Spirito, di tutto ciò che non soddisfa la vostra sete di verità perché il Signore vi guarda con amore di predilezione, camminando insieme sotto lo sguardo di Dio non siete più soli e potete gustare ogni giorno la felicità del Suo Regno;
- Siete beati anche quando mille problemi vi affliggono e nell’unità vi comunicate i dubbi e li deponete insieme ai piedi del Signore, perché Egli stesso si farà carico dei vostri problemi, impegnandosi a dare ad essi la migliore soluzione e a consolarvi, niente e nessuno potrà riuscire a soffocare la gioia interiore che vi procura l’amore reciproco e la benedizione del Signore;
- beati voi quando avete abbandonato il linguaggio prepotente dell’offesa della rivendicazione dei meriti, del giudizio, della spartizione fredda dei compiti per assumere la veste della mitezza, della tenerezza, del consenso;
- beati voi tutte le volte che voltate le spalle alla superficialità, alle chiacchiere, ai pettegolezzi, alla ricerca spasmodica del denaro e della carriera e sentite sorgere in voi potente la fame e la sete delle realtà essenziali e giuste perché è lo stesso Signore, il Giusto, che vi ha messo quella fame e che viene a voi per saziarvi abbondantemente;
- beati voi che avete appreso da Lui l’arte della misericordia, perché avete trovato il segreto della felicità e della freschezza del vostro amore;
- beati voi se vi amerete nel rispetto reciproco, se sconfiggerete, giorno per giorno, l’egoismo, divenendo trasparenti, se sarete l’uno verso l’altro come bimbi capaci di giocare, abbracciarvi con tenerezza e abbandono e come tali vi consegnerete a Dio, se glorificherete nei vostri corpi il tempio della spirito, perché niente e nessuno potrà impedirvi di entrare in contatto con Dio;
- beati voi tutte le volte che sarete capaci di portare la pace nella vostra famiglia, nel condominio, tra i parenti, nei luoghi del lavoro. Sarà manifesto a tutti che siete figli di Dio e i vostri passi saranno sacri;
- beati voi quando sarete perseguitati a causa della giustizia perché io sarò con voi a infondervi serenità e forza, a farvi pregustare la dolcezza del Regno, sarete beati anche se vi insulteranno e mentendo diranno male di voi perché siete controcorrente, perché avete trovato la vostra perla preziosa, perché date importanza a ciò che vale e non correte dietro ai miraggi. Non lasciatevi abbattere perché quella è la mia stessa strada, segnata dalla Croce ma anche dalla Gloria e dalla Resurrezione; rallegratevi perché è segno che siete riusciti ad incidere, che siete sale, perché siete della stessa pasta dei miei profeti che brillano come stelle nella scia di luce della Storia.
Facciamoci un augurio tutti!
Attilio Danese e Giulia Paola Di Nicola
Molte delle questioni affrontate dai coniugi Danese Di Nicola al nostro Convegno sono ampiamente riportate nel libro:
«Amore e Pane», Eucaristia in famiglia, Giulia Paola Di Nicola e Attilio Danese, Effatà Editrice.