Diocesi di Acerra

 

XXV CONVEGNO ECCLESIALE

 

“verso Verona…. È tempo di laici corresponsabili”

9, 10, 11 settembre 2005

Cattedrale di Acerra

 

 

 

 

 

Venerdì 9 settembre ‘05

Cristo risorto, speranza per il mondo

Mons. Domenico Sigalini

Vescovo di Palestrina

 

Il bisogno di speranza

 

1. Per i giovani che sono vite da scarto

 

I giovani sono vite da scarto o rischiano di esserlo. Nella società precedente alla nostra, detta dei produttori, i disoccupati saranno anche stati dei poveri disgraziati, ma il loro posto nella società era sicuro e fuori discussione. Erano sicuramente valide unità di riserva pronte ad essere impiegate quando se ne fosse presentata l’esigenza. Per questo si è parlato spesso di disoccupazione funzionale al sistema, di risorse disponibili. Era previsto che prima o poi si potessero impiegare, si trattava solo di aspettare; intanto si mettevano in atto alcuni dispositivi sociali di sostegno. Nella società dei consumatori, quale è quella di oggi, si parla di esuberi non di disoccupati. Esubero non suggerisce che prima o poi si potrà essere considerati, ma porta in sé l’idea di normalità e di permanenza. Essere in esubero significa essere in soprannumero, non necessari, inutili, indipendentemente dai bisogni e dagli usi che fissano lo standard dell’utile o dell’indispensabile.

Gli altri non hanno bisogno di te possono stare senza di te e cavarsela altrettanto bene, anzi meglio. Sei come una bottiglia di plastica vuota e non rimborsabile, una siringa monouso, un bene privo di attrattiva. Esubero è nello stesso campo semantico di scarto, rifiuto, prodotto di risulta, pattume, immondizia. La destinazione dei disoccupati era quella di venire prima o poi chiamati al lavoro, quella degli esuberi è la discarica, l’immondezzaio.

Ora non siamo troppo lontani dal vero se pensiamo che i giovani della Generazione X, voi, siate tenuti in questo conto. Avete ottime ragioni per essere depressi. Indesiderati, tutt’al più sopportati, condannati a restare destinatari delle iniziative socialmente consigliate o tollerate, trattati come oggetto di benevolenza, di beneficenza, di compassione, accusati di indolenza e sospettati di intenti malvagi e propensioni criminali. Così non solo non avete lavoro, ma perdete i progetti, i punti di riferimento la fiducia di poter avere il controllo sulle vostre vite, spogliati della vostra dignità di lavoratori, dell’autostima, del senso di essere utili e di avere un ruolo nella società

Ci sono state anche in altri periodi della storia situazioni come questa, ma oggi si ha l’impressone che il rimedio brevettato ed ereditato dal passato non funziona più. Il disagio è legato ai fini, non ai mezzi. I fini sono fluidi, non ti sei ancora attrezzato per raggiungerli che sono già cambiati, quindi non meritevoli di incrollabile impegno e dedizione (cfr. Vite di scarto di Z. Bauman, Editori Laterza)

 

2. Per l’occidente che si è autocentrato e non trova prospettive per cui vivere

 

Anche proprio per gli eventi di portata mondiale legati a calamità naturali, per le quali anche gli stati più potenti sono come fuscelli alla deriva, per il terrorismo che si insinua  nelle vite concrete, destabilizzandole con una paura esistenziale, per la constatata inconsistenza della nostra sicumera di fronte alla vita, il mondo occidentale è a un collasso di speranza. Si sta scavando la fossa con le sue stesse mani e la sua millantata autosufficienza. Ha imboccato una strada di individualismo e di disprezzo della natura, della convivenza pacifica, dell’attenzione al bene comune che crea solo disperazione, anche nei più alti livelli di autosufficienza tecnologica. Continua a inventarsi comunità-gruccia con la sensazione di potersi estraniare dai veri problemi e crearsi isole autosufficienti; invece crea solo una rete di voragini coperte da carta velina, pronta a lacerarsi e far cadere nel vuoto, perché non c’è nessun riferimento che faccia da appiglio sicuro.

In questa fluida complessità si trova veramente necessario applicarsi a plasmare una nuova prospettiva antropologica. A tal fine la comunità cristiana non si dedica a ricerche filosofiche, anche se si cura di un livello culturale di pensiero sempre più richiesto anche dai laici, ma riscopre tutta la sua escatologia, che, detta in termini accessibili, significa anche solo sapere che la storia ha una direzione, che non siamo buttati a caso in questo mondo, che l’uomo ha un futuro certo, non vive di oroscopi; si sente straniero, ma pellegrino, in cammino, ma non randagio. Ha una meta davanti, una salvezza acquistata a caro prezzo da Gesù e offerta per bontà e tenerezza a tutti, non per merito. I cristiani quest’anno sono chiamati a stanare questo patrimonio indispensabile alla vita del mondo e si devono caricare di una testimonianza capillare. Non è un discorso di élite quello della speranza, ma di popolo. Il soggetto è il popolo credente, l’uomo della vita quotidiana, la signora della porta accanto, il giovane con il suo zaino da scuola o la sua sacca da sportivo. La Speranza va spacciata nei meandri della vita, non è roba da tenere nelle biblioteche, posto che nei libri ci sia.

E se la Speranza della Chiesa è quella della presenza del suo Signore Risorto, siamo in perfetta continuazione con tutto il bellissimo lavoro che abbiamo fatto con il Congresso Eucaristico che ha aiutato le comunità cristiane a vivere il giorno del Risorto, come giorno centrale di ogni convergenza di cristiani, giorno di proposta di speranza visibile, di comunità che interrompe i cammini di disperazione, che sa essere segno concreto in controtendenza all’adattamento alla deriva.

Sarà possibile dare alla speranza anche luoghi concreti di espressione: l’affettività che deve andare oltre la precarietà per scoprire la ricchezza della sua sorgente; il lavoro che deve tornare ad essere dignità e solidarietà, capace di iscrivervi la festa come sapore; la cura delle fragilità come spazio della solidarietà; il patrimonio di significati e di valori che si deve offrire alle giovani generazioni per trovare le radici; la cittadinanza come luogo di esercizio concreto di diritti e di doveri, di convivenza con tutti e di mondo pacifico.

 

3. Per una famiglia che non è più abituata alla recessione

 

Anche in questa nostra civiltà e società opulenta, forse non ancora in termini drammatici per tutti, ma per molle famiglie sicuramente si sta vivendo una recessione. Molti fanno fatica a vivere serenamente l’ultima settimana del mese. Non ci sono più soldi e si ha bisogno di concludere con lo stile con cui si è cominciato. Per le generazioni precedenti la vita e il tenore di vita era sempre in miglioramento col passare del tempo. Oggi per molti non è vero che il futuro dei figli sarà migliore di quello dei padri (cfr pensione, mutua, educazione, lavoro, valori…)

 

4. Per il dolore che ci incaponiamo a dire che è superabile e ne nascono sempre di nuovi

 

La percezione che possiamo risolvere ogni problema si infrange su malattie difficilmente curabili, che determinano un senso di impotenza pure di fronte a innegabili successi

Giusto costruirsi speranze con la nostra intelligenza, ma se si ritiene che questa costruzione sia autosufficiente o si vuol fare a meno di un impianto di base quale è quello del sentirsi creature di un Dio che è Padre, l’uomo gira a vuoto.

 

Cristo è la speranza

 

Un modo pressappoco uguale di pensare c’era anche al tempo di Gesù

La religione era ormai ostaggio del potere e rimaneva solo un piccolo gregge che aspettava. Rende bene questo momento un altro periodo della storia di Israele, quello di Samuele.

 

Gesù fa rinascere speranza:

 

  1. A Nazareth quando si presenta in Sinagoga

 

E’ una domenica qualunque. C’è ancora qualcuno però che va in chiesa, va ad ascoltare una Parola, si vuol esporre a una cura di tradizioni, di passato, di sentimenti positivi. E’ un’altra domenica qualunque. Stavolta però capita qualcosa di strano: entra Gesù. E’ ormai un personaggio noto, lo conoscono tutti, sta sbancando tutti gli share televisivi, ha fatto da poco una tournée che ha visto milioni di fans, che in questi ultimi tempi hanno chiamato pellegrini. Entra in chiesa e gli fanno tutti posto, gli danno in mano i libri sacri e gli fanno pure fare la predica.

E Lui legge:     lo Spirito del Signore è su di me, i poveri non devono più disperare

chi sta in galera ha l’amnistia

a chi si sente braccato dalle nefandezze che ha compiuto viene tolto ogni rimorso;

chi non ci vede né capisce niente nella vita comincerà a vedere chiaro, non starà giorni interi con la depressione; chi si sente prigioniero di ricatti e non può più sopportare l’altro che vive con lui, troverà capacità di ribellarsi a forza di amare; chi non trova lavoro, se cerca ancora lo avrà; il debole che nessuno difende, il bambino senza voce caduto nelle maglie del pedofilo, riuscirà a scappare; chi sente in cuore crescergli la malvagità, può sperare di cambiarla in bontà; chi trova gusto nel rubare, si sentirà male anche solo a toccare la roba degli altri; chi non vede che sesso sarà intenerito dall’amore; la prostituta riuscirà a liberarsi dal pappone…

E Gesù continua così. La gente si stupisce, non sa più che pensare. I quattro giovani rimasti in fondo alla chiesa per non farsi coinvolgere si svegliano, vengono avanti senza accorgersi, qualcuno piange e sperimenta quello che ha sentito.

Gesù chiude il libro e lo consegna e chiude la predica dicendo: Oggi questa scrittura diventa realtà, questo non è più un sogno, ma vita vera. Io sono qui a realizzarlo e a testimoniarlo e a trascinarvi in questa avventura. Ci state? Qualcuno s’arrabbia perché questa non è una vera messa, qualcuno dice: ho sognato, si fa un segno di croce e ritorna nella routine delle domeniche.

 

Qualcuno, però, è disposto a riaprire un credito in Gesù:

  1. Sulla montagna quando annuncia le otto strade della felicità: le beatitudini

 

Non so se, soprattutto quando avete comperato la vostra prima automobile, avete mai fatto caso al quadrante che segna la velocità che può raggiungere l’automobile.

C’è sempre scritto un numero spropositato: 200 Km/h oppure 250 Km/h. Vi sarà capitato anche ingenuamente, su qualche rettilineo, in discesa, quando proprio non c’è nessuno, a motore caldo, di fare una pazzia: di premere al massimo l’acceleratore, contro tutte le indicazioni di meccanici, di amici,  nonostante i limiti di velocità, la paura di essere giustamente beccato dalla polizia stradale, di vedere insomma se questa lancetta della velocità, se questa automobile giunge fino al limite stabilito dal quadrante. Tieni le marce al massimo: terza, quarta, quinta, alcune automobili ora hanno pure la sesta, fai crescere i giri del motore… Rumore assordante, perdita di stabilità, vibrazioni sospette ti fanno, forse, desistere. Non arriverà mai a quella velocità. E’ stato scritto sul quadrante 250 Km/h, ma l’ultima marcia che hai inserito non ha nessuna possibilità di portarti a quel risultato. Vorresti cambiare marcia, ma non ce n’è più. Dobbiamo concludere che era un comprensibile inganno aver scritto una velocità così spropositata e meno male! E’ forse questa la sensazione che noi abbiamo quando leggiamo o sentiamo il discorso della montagna che ha fatto Gesù. Gesù, vedendo che c’era tanta gente, salì sopra il monte, si sedette e cominciò a parlare. Direi io, cominciò a scrivere nella mia vita, nella tua, nella esistenza di ogni uomo, cominciò a scrivere la velocità massima della nostra vita, il massimo di bontà, di felicità, di bene, di generosità cui possiamo aspirare. Ha cominciato a scrivere il quadrante delle nostre possibilità. Ma non è che anche a noi capiterà la stessa sorte dell’automobile?! Che Dio ci abbia scritto un massimo per ingannarci, per farci sentire piccoli, per schiacciarci nelle nostre debolezze? Ricordo la rabbia, l’umiliazione quando giravo con la mitica Fiat 500 e in autostrada c’era scritto, indicando la corsia più a destra possibile, “piccole cilindrate viaggiate qui”.

Le cose grandi cui Dio ci chiama sono per dirci:” Piccolo uomo, accontentati?”.

Il discorso della montagna dice che quando tu, uomo, ti apri a Dio, ti metti in contatto con Gesù, aderisci a Lui, ti butti nella sua amicizia, ti fidi di lui, solo a questo punto scoprirai che hai quella marcia in più che ti permette, non solo di arrivare al massimo della tua vita, del tuo quadrante, ma di spostarlo pure. E nella vita, se andremo al massimo della capacità di bene, non dobbiamo temere multe per limiti di velocità o di attentare alla vita altrui, anzi... ne avrà vantaggio chiunque ci incontra.

 

  1. A Betania, quando scalfisce il regno della morte.

 

Li legava una dolce amicizia, non c’era stato nessun tradimento come avviene spesso nelle amicizie che abbiamo vissuto da adolescenti. Vi ricordate quando sembravamo amici, fino in fondo, mentre invece eravamo come i cercatori d’oro che condividono sofferenze, ansie, ricerche, fatiche, delusioni, ma quando uno dei due trova la pepita d’oro, grande bella… ha già pronta la mazza per sbarazzarsi dell’amico e tenere tutto per sé il tesoro. Ricordo di aver letto sulla curva di una strada di montagna una scritta lunga a caratteri cubitali, in un maiuscolo ben tornito: amici, amici, amici… un corno! Riporto “corno” per non essere volgare. Tanta era la delusione provata da chi aveva messo speranza contro la solitudine in una compagnia serena. Era così anche l’amicizia durante la naia. Saremo amici per sempre: sono bastate due settimane per vedere che era più l’intensità del bisogno che teneva assieme che l’amore. Ma Gesù sa di poter contare su un amico alle porte di Gerusalemme, al confine con la confusione, la lotta politica e religiosa senza quartiere, le furbate degli scribi e dei farisei, le dispute senza cuore e le implorazioni insistenti delle masse sempre indecise nel trasformarsi in popolo. Lazzaro è lì, con la sua casa, le sue sorelle, la sua saggezza. Stasera andiamo da Lazzaro. Aveva i dodici, ma che teste! Doveva sempre ricominciare da capo. Erano i suoi futuri vescovi e doveva sempre riportarli alla grandezza del loro compito, doveva sempre aiutarli a volare alto e facevano fatica, Pietro in testa. Un giorno però gli arriva una notizia bruciante: Lazzaro sta male. La solita pietà che dice sempre mezze verità perché non ha fiducia degli interlocutori. Gesù, non è nato ieri, sa che Lazzaro è morto e ritorna di nuovo in Giudea, sfidando i soldati che gli stanno dando la caccia. Con una ironia crudele, incapace di cogliere la struggente amicizia di Gesù, i discepoli dicono: andiamo anche noi a morire con lui! Quando si immerge anche fisicamente nelle incombenze di un funerale ormai già alle ultime battute, nel clima dell’ormai di fronte all’ineluttabilità, cui ci si deve per forza abituare, incontra Marta e Maria, stavolta né indaffarate, né contemplative, vede la gente tra il dolore e l’attesa, piange. Gli voleva proprio bene, dice la gente sottolineando quello che veramente abitava nel cuore di Gesù. Il resto l’abbiamo tutti nel ricordo e negli occhi: “Lazzaro vieni fuori”. Un cadavere, dall’odore intollerabile, si affaccia all’ingresso della tomba e si scioglie in un canto di vita. Avere un amico così è proprio la fine del mondo! E Gesù ti sa dire sempre, dovunque, anche nella morte più definitiva per te: vieni fuori, non ti lascio lì, la mia amicizia non terminerà mai. Ci puoi contare. Per te comincia anche la trasgressione estrema: vince la morte. E questo è solo un pallido inizio della regina delle trasgressioni: la risurrezione.

 

  1. Ma soprattutto nella sua morte e nella sua risurrezione

 

Al potere un uomo così non è funzionale, anzi toglie forza e consenso e il potere ha il sopravvento

Morto proprio, senza più niente da fare. Discesa agli inferi dicono le sacre scritture. Partito, non ci sta più. Non è una sospensione, un momento di apnea dell’esistenza. La vita umana è chiusa. Non c’è più niente di quello che si può chiamare vita. E’ la sensazione che hai quando sei davanti al corpo senza vita di un amico con cui fino a un’ora prima hai giocato, ballato, sballato e bevuto. Le donne ne sono pienamente convinte tanto che stanno a calcolare quanti chili di aromi sono necessari per fissarlo in questa immobilità, perché anche questo corpo senza vita presto marcirà e sarà insopportabile da vedere. Guardando quel corpo disarticolato ti passa subito la sbornia e ti svegli senza un senso comprensibile. Non c’è più. E’ finito un pezzo della tua vita e tutto il pezzo intero della sua. Domani sarà senza lui, senza lei. Non ci posso credere! Non ci sono altri modi di pensare, di sperare. Ogni tanto ti distrai, perché chi ti accosta ti offre la sua amicizia, i suoi sentimenti, ti tocca, ti sta vicino, ti distoglie. Ma ripiombi subito nella realtà. Non c’è più.

E’ possibile ribellarsi a questa morte? E’ possibile andare contro, buttare all’aria tutto, andarsene, rompere come ha fatto con la legge, come da giovani forse abbiamo fatto coi nostri genitori, come, scrive un giovane, ho fatto quella volta che ho mandato al diavolo il mio datore di lavoro che mi pagava anche bene, ma sempre in nero e con una catena girata tre volte attorno alla mia vita, ai miei sentimenti, schiavo nelle idee, provocato sempre a dire che aveva ragione, anche se non la si vedeva nemmeno col cannocchiale. Ho avuto la forza di rompere le catene e ho ritrovato la libertà anche se di un pollaio, sempre meglio che strisciare e consumare la lingua a leccare. E’ possibile ribellarmi a questa morte, scriverne la condanna? saremmo disposti a pagare tutti i costi, perché sappiamo pagare per quello che vogliamo e ci dà gioia.

Ma anche Gesù però è finito come tutti. Siamo stati ingannati. Quella croce conficcata su una collina, sembra dirci che non c’è niente di nuovo sotto il sole. Fotografa gli ultimi illusi di 2000 anni fa, in attesa di altri che li seguiranno. C’è sempre qualcuno che tenta di uscire dalla monotonia della vita, di dare uno scrollone alle sventure, di osare dare gambe ai sogni, ma la legge inesorabile della morte azzera tutto; quella croce riporta tutti a una infinita partenza.

Dice Luca, dopo aver descritta la tragedia del luogo del teschio, dopo aver descritto il finale per nulla americano del personaggio Gesù: “le donne, il giorno di sabato, osservarono il riposo secondo il comandamento”.

La legge si riprende la rivincita, dopo che se l’era presa la morte.

E questa normalizzazione continua.

– con le incombenze pratiche di un funerale, che in genere ti offrono un alibi al dolore

– con la triste gita fuori porta per dirsi tra amici la delusione

– con il gesto nobile di Giuseppe d’Arimatea che tenta di rendere un minimo di onore a un uomo tutto sommato giusto, anche se un po’ ingenuo.

– con le formalità burocratiche. Pilato viene continuamente disturbato. Ha mai avuto tanto da fare per la morte di un delinquente: prima la moglie che non dorme, poi non va bene la scritta sulla croce, poi sembra morto troppo presto, poi il permesso di toglierlo dalla croce, poi la paura che trafughino il cadavere……

Ma non lo abbiamo fatto ammazzare per metterci sopra una pietra?!

No. La domenica, l’alba di quel giorno dopo il sabato si porta una novità esplosiva. Lui là non c’è più: scoppia la sua presenza ovunque; la santa Sion, il luogo in cui impauriti e delusi si erano rifugiati gli apostoli è in subbuglio. C’è un incrocio di voci, di esperienze sorprendenti. E infine c’è Lui: Gesù. È lui. Non è un fantasma, una sorta di presenza da x-file. Non è la forza del ricordo.

Non è un morto ritornato in vita. Lazzaro ci ha sorpreso, ma ha spostato solo la data della sua morte.

Lui c’è ed è in vita, una vita nuova piena, inedita: quella di prima tutta in carne, pelle, ossa, corpo e sentimenti, sguardi e affetti, ma radicalmente nuova, inserita in una esplosiva novità. È un modello nuovo di vivente, l’apice cui doveva giungere la vita, da quando Dio l’aveva creata. Ed è vita definitiva per tutti noi.

Lui ha potuto. Il punto più alto della sua trasgressione, del far scoppiare l’universo intero nelle sue sicurezze, dell’incendiare e far saltare in aria tutti gli apparati di morte degli uomini lui l’ha raggiunto. Ha minato il Pentagono, ha minato tutti gli eserciti, ha minato gli arsenali, le armi intelligenti e quelle stupide, ma sempre troppe, e ha vinto. La risurrezione è la sua trasgressione più grande. Ha spuntato le armi alla morte, all’odio. Un dono “insperato”del Padre, un cambiamento radicale della creazione dell’universo e dell’uomo, della vita e della storia. E’ risorto.

Questa è la speranza dell’uomo: la vita oltre ogni morte, la vittoria del giusto sulla sopraffazione,  il premio per la tenacia di un affidamento totale a Dio.

 

Alcune conclusioni necessarie

 

  1. La speranza è nutrita dall’esperienza del Risorto.

 

Il cristiano sa di poter contare su questa esperienza determinante, che gli mette a disposizione oltre ogni sforzo razionale o immaginazione, la sorgente della speranza. Tutti i nostri ragionamenti, considerazioni, stimoli culturali, tutte le nostre offerte di speranza devono poter contare sull’esperienza del Risorto, altrimenti il nostro essere cristiani non porta nessuna novità alla vita dell’uomo. E’ necessario avere sempre chiaro che la nostra speranza ha inizio, ha origine nella fede in Gesù Risorto. Il Crocifisso risorto è il nome della speranza cristiana. Le due parole crocifisso e risorto unite inscindibilmente ci dicono la portata, la consistenza, la vocazione, la struttura della speranza cristiana. A quella morte è capitato qualcosa di inedito. In questa compresenza di crocifissione e risurrezione ci sono tutti i drammi umani, tutte le  ricerche, talora le sconfitte e le disperazioni, le debolezze e le piccole vittorie, le ansie e i martirii, la tenacia nella debolezza, la progettualità e l’accoglienza del dono. Diventa allora importante riuscire a strutturare la vita del cristiano attorno all’esperienza del risorto e nello stesso tempo tradurre in linguaggi culturali comprensibili nella vita e nella società l’umanità nuova che il cristiano incarna nel vivere in sé e nel mondo delle sue relazioni la fede pasquale. Ci sono una sorgente, un fondamento da cercare e una testimonianza da offrire. Sono gli interrogativi ineludibili di preparazione al convegno ecclesiale di Verona. L’esperienza del Crocifisso Risorto è un evento preparato, atteso, desiderato, ricercato, ma donato da Dio nella gratuità più assoluta, sorpassa le attese e rimane sempre incompiuto perché continua a portare oltre qualsiasi nostra precomprensione. E’ dono che destabilizza, che interrompe ogni nostra programmazione,  si accende nella vita dell’uomo, se accetta di essere sempre  di nuovo destinatario di una novità. Il crocifisso risorto si dà a vedere, non è visto. E’ una novità radicale, irriducibile, ma da Lui resa accessibile. La speranza che egli costituisce è sempre un oltre ogni nostra iniziativa. La liturgia è lo spazio in cui l’accoglienza si fa radicale. Lì non sei tu che agisce, la speranza che riesci a incontrare non dipende dal numero di parole che dici, ma dalla sete dell’Assente che hai, dalla accoglienza cui ti apri, dall’inedito di Dio che sempre ci sorprende. L’anno liturgico con i suoi ritmi offre colorazioni diverse del Mistero. In esso le umane speranze ricevono forma dalla Parola, dal Cristo vera Speranza, dai segni sacramentali. Se l’Iniziazione cristiana riuscisse a formare alla bellezza dei segni, al loro significato, diventasse mentalità nella vita delle giovani generazioni, sgorgherebbe una autentica esperienza del risorto, e l’Eucaristia risulterebbe una festa e non un precetto da assolvere.

 

  1. E questa speranza va annunciata, come fosse la novità dell’ultima ora.

 

Mai come oggi sentiamo di essere a un momento di svolta nel nostro lavoro pastorale: costruiamo parrocchie ben fatte, a norma, con tutte le provvidenze necessarie? O pensiamo anche qualcosa d’altro? Che cosa d’altro è possibile mettere in campo?

L’idea che se io riesco a organizzare bene la parrocchia con il Consiglio pastorale, il consiglio degli affare economici, una bella Azione Cattolica, un bel gruppo di catechisti, gli animatori del mondo giovanile con tutti i possibili gruppi per tutte le età, un bell’oratorio, una bella Chiesa per le celebrazioni, con una bella corale, una caritas vivace, le pontificie opere missionarie, qualche buon diacono, delle belle processioni… allora sì che si può parlare di rinascita del cattolicesimo e di parrocchia all’altezza dei tempi in cui viviamo. E’ il sogno autobiografico che mi faccio io tutte le volte che visito le mie parrocchie. Qui manca la chiesa… se avessi una bella chiesa allora sì... Qui non c’è niente per i giovani… se avessi un bel centro giovanile, allora sì... Qui i poveri sono proprio di nessuno… se ci fosse un gruppo caritas un po’ sveglio allora sì... Qui si fa bene il catechismo per i sacramenti, poi non vedi più nessuno… se ci fossero gruppi per i giovani, allora sì... Qui i genitori sono lasciati soli, non hanno più nessun incontro per loro… se ci fosse un gruppo famiglie, allora sì... Potrei continuare, ma mi fermo anche perché voi sono sicuro fareste un’altra considerazione che io non mi posso permettere troppo, del tipo: se qui ci fosse un prete un po’ più cattolico o almeno credente,  allora sì... Credo che affrontare il tema così non ci porta da nessuna parte: aumenta la nostra depressione e ci fa sentire impotenti! Infatti, posso avere tutte le liturgie più belle, gli oratori più attrezzati, gli animatori più preparati, le corali che vincono premi a tutte le rassegne, ma mi può capitare, e capita, che la gente non passi più da qui. Che ciò che viviamo, o come noi lo viviamo, non interessi proprio nessuno, che la gente, che dalla mattina alle 6 alla sera alle 19 sta fuori per lavoro, abbia molto altro cui pensare che non alle nostre riunioni, che la cultura in cui sono immersi i nostri ragazzi sia per la scuola sia per la mentalità dei mass media non permetta loro nemmeno di immaginare che noi abbiamo da mettere a disposizione ciò che a loro è necessario. Capita cioè che la Chiesa non dice più niente a nessuno, se non come agenzia del sacro, supermercato delle benedizioni, concentrazione di servizi religiosi da usare quando serve e non troppe volte. Il parrocchiano medio è passato da praticante a occasionale, da appartenente a turista del religioso, da pellegrino a randagio.

La scelta da fare è quella del primo annuncio, di centrare ogni proposta sul contenuto fondamentale della fede, per mettere le persone in condizione di decidersi per Cristo, per aiutare a cogliere Gesù come salvezza globale della vita, come senso e speranza definitiva, come  il Dio della pienezza e dell’eternità. Il primo annuncio non si preoccupa di sistematizzare, di  tutta la coerenza dei comportamenti, delle regole di vita, ma di far scattare nella persona la fiducia radicale in Gesù morto e risorto e di far aderire alla sua Parola.

Occorre allora che tutta la comunità si faccia carico del primo annuncio e cambi il suo modo di pensare alla fede, la rigeneri così che possa essere comunicata a tutti e nello stesso tempo che si preparino evangelizzatori appositi, che non sono catechisti, ma operatori di primo annuncio, capaci di dialogo, di farsi domande, di provocare domande, di proposta chiara, di fede cristallina.

 

  1. Una chiesa che si ristruttura a partire dalla dignità battesimale.

 

Un modo per dire che i laici devono essere i soggetti di questa nuova chiesa missionaria, a aprtire dal sacerdozio che hanno ricevuto nel battesimo.  I laici credenti in Cristo sono stati il frutto della passione, morte e risurrezione di Gesù e i presbiteri sono stati donati a loro per aiutarli a divenire santi come avrebbe fatto Gesù.. Il soggetto quindi è tutto il popolo di Dio, togliendo qualsiasi esclusiva dei preti per la missione o per la vita quotidiana della comunità.

Questa scelta esige che i laici siano dotati di cammini, di percorsi, di tirocini severi di vita cristiana. Per questo sono necessarie le associazioni e in particolare l’Azione Cattolica. L’AC è un gruppo di laici essenziale, che fa parte di come si deve strutturare una chiesa missionaria. E’ obbligo per i preti promuovere l’AC; per i laici è una scelta.