CONCORSO NAZIONALE PER L'ADEGUAMENTO LITURGICO DELLA CATTEDRALE DI ACERRA
CHIUSO IL GIORNO 13 MAGGIO 2010
- Faq (Domande e risposte) aggiornate al 10 Maggio 2010
Nuove foto pubblicate il 31 Maggio 2010
Diocesi di Acerra
Comunicato Stampa
15 Aprile 2010
Il rinnovamento liturgico ha imposto una ridefinizione dello spazio necessario allo svolgimento dei riti religiosi. Così, le nuove chiese sono state progettate in funzione di queste necessità. Invece, non di facile soluzione, è stato l’adeguamento delle chiese già esistenti, quasi tutte ricche almeno di alte espressioni di artigianato che a ragione rendono onore alla casa di Dio. Per ogni singola chiesa è stato necessario trovare una soluzione architettonica che rispettasse sia l’esigenza della liturgia, sia quella dei beni culturali, che, prima di ogni altra istituzione, la chiesa è impegnata a salvaguardare, perché testimonianza della radicata formazione cristiana della cultura europea.
La Cattedrale di Acerra, ricostruita nei primi anni ‘90 del sec. XVIII, di evidente impianto neoclassico, è stata più volte rimaneggiata nei secoli successivi. Negli anni 90 del sec. XX ci si è posta la questione dell’adeguamento liturgico coinvolgendo anche la Commissione nazionale paritetica CEI – Ministero per i beni culturali. Nel 1999 per impellenti necessità liturgiche si decise di rimuovere provvisoriamente la preziosa balaustra in marmo, che divideva l’altare presbiteriale dalla navata centrale. L’intervento suscitò perplessità in molti; si manifestarono disappunti sia dalla istituzione civile al tal fine preposta, ma anche negli ambienti ecclesiali e civili.
Mantenendo fede all’impegno assunto dalla Chiesa acerrana per una definitiva soluzione equanime alle contrastanti esigenze, il vescovo di Acerra Mons. Rinaldi ha indetto un Concorso Nazionale di idee progettuali sulla questione. La commissione giudicatrice è composta da rappresentanti della Diocesi, dall’Ufficio Nazionale per i Beni Culturali Ecclesiastici, dall’Ufficio Nazionale Liturgico della CEI, dalla Soprintendenza per i Beni Architettonici Paesaggistici Storici Artistici ed Etnoantropologici per Napoli e Provincia.
Il bando di gara è pubblicato sul sito della Diocesi di Acerra www.diocesidiacerra.it, al link sotto riportato.
Le domande dovranno pervenire al seguente indirizzo e-mail diocesi@diocesiacerra.it entro e non oltre le ore 12.00 del giorno 13 maggio 2010.
aLLEGATI
- DOMANDA DI ISCRIZIONE (ALLEGATO A)
PDF
-
DOMANDA DI ISCRIZIONE - (ALLEGATO A) - FORMATO WORD
- mANIFESTO
- BANDO
Segreteria del concorso
Ufficio Per i Beni Culturali Ecclesiastici della Diocesi di Acerra
Piazza Duomo, 7 – 80011 Acerra
Tel./fax. 081 5206717 int. 43 – 081 5209329
email:
diocesi@diocesiacerra.it
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Omelia di S. Ecc. Mons. Giovanni Rinaldi
alla S. Messa del Crisma
Cattedrale di Acerra – 1 Aprile 2010
Cari fratelli nel sacerdozio e cari cristiani,
Luca concludeva il suo Vangelo con le parole «Gli occhi di tutti nella Sinagoga stavano fissi sopra di Lui». Occhi che indagano, che giudicano. Occhi pensosi, occhi scettici.
Io voglio sedermi accanto a voi, immergermi nel flusso del sacerdozio profetico e regale del popolo di Dio, e semmai, in forza del mio sacerdozio ministeriale e del mio servizio episcopale aiutarvi a puntare gli occhi su di Lui. Se non teniamo gli occhi fissi su di Lui, non faremo mai un’autentica pastorale di evangelizzazione e di comunione.
Miei cari confratelli presbiteri, abbiamo il coraggio di decisioni forti, liberiamoci dagli ingombri di tante esteriorità, dalle centomila attività, che si tingono di parvenze apostoliche e riscopriamo il valore del Silenzio, il gusto della Preghiera prolungata, fatta di abbandono e di stupore davanti all’Eucarestia, centro della Comunità e della Missione. Manteniamo una fedeltà inflessibile alla recita del breviario, assicuriamo i ricambi interiori con l’annuale consuetudine degli Esercizi spirituali, sennò diventiamo dei burocrati.
Lo stesso vale per voi religiosi e religiose e anche a voi laici impegnati, catechisti, operatori pastorali, iscritti a gruppi e movimenti ecclesiali. Se terrete fissi gli occhi su Gesù, Maestro e Signore, il vostro lavoro si caricherà di frutti pastorali, altrimenti batterete l’aria.
Tutta la vita di Gesù, dall’Incarnazione alla Pasqua, rivela un’attitudine obbedienziale verso il Padre, che ha caratterizzato la Sua vita: «Ecco, io vengo per fare, o Dio, la Tua volontà». E ancora San Paolo aggiunge nelle Lettera ai Filippesi: «Cristo Gesù, pur essendo di natura divina non considerò un tesoro geloso la sua eguaglianza con Dio, ma spogliò se stesso assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini. Apparso in forma umana, umiliò se stesso, facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di Croce».
Cristo è il nuovo Adamo. L’antico Adamo, non essendo di condizione divina, volle rubare a Dio la Sua Gloria. Cristo, invece, accetta di riscattare, mediante l’umiltà e l’obbedienza fino alla morte più obbrobriosa, la superba disobbedienza del primo Adamo. Egli svuotò se stesso e assunse la condizione servile, che è la nostra, fino all’estremo limite. Al suo volontario abbassamento rispose l’azione di Dio, che non solo lo ha esaltato, ma sovraesaltato come Cristo e Signore.
Tutto il Mistero pasquale è in questo “factus oboediens”. Gesù ha tolto tutti gli impedimenti tra Dio e noi, ci ha ricongiunti col Padre. Mentre Egli muore, sta riallacciando, nell’obbedienza, l’umanità alla Fonte, alla Vita vera. In Lui obbediente tutta la ricchezza del Padre viene donata in pienezza a Cristo, e per Lui alla Chiesa. Dal Padre viene a noi ogni bene attraverso il Figlio Gesù, purché noi siamo ricettivi e docili al Padre, come Cristo Gesù.
Noi siamo fondamentalmente Ricettività: se non accettiamo non viviamo. Veniamo al mondo per effetto di una donazione. Anzi nella scala degli esseri, gli uomini, che sono al vertice della creazione, hanno bisogno di tutto. Un bambino ha bisogno di un lungo periodo di svezzamento. Il pulcino, appena nato, già becca e provvede a sé da solo. Di qui, la famiglia, la società, l’educazione che suppongono la recettività. L’autorità è custode della vita: la riceve e la dona agli altri. Solo chi obbedisce riceve questa ricchezza per poter crescere e svilupparsi.
L’obbedienza nella Chiesa
L’obbedienza è una delle esigenze inalienabili della Chiesa, è un valore essenziale. Obbedire è dare, in piena libertà, la nostra volontà a quella di un altro, per agire con lui, in conformità di giudizio, almeno pratico. Quest’altro non può essere, in definitiva, che Dio, perché Lui solo ha il diritto di obbligare la volontà libera, perché creata da Lui. Non si può dunque parlare di obbedienza che nei confronti di Dio o di un uomo autenticamente investito da Dio stesso di una piccola parte di questa autorità. Ora questa delega di autorità si trova realizzata nella Chiesa, per l’intermediazione di Cristo. Non possiamo parlare dell’obbedienza senza parlare prima del Ministero di Cristo e della Sua Chiesa. E non possiamo parlarne che nella Fede. Solo alla luce della Fede che il Signore Gesù ci dà, noi possiamo capire l’obbedienza cristiana, e l’obbedienza che abbiamo solennemente promesso, e oggi rinnoviamo, a Dio nella nostra ordinazione sacerdotale.
La sofferenza volontaria redentrice della Croce, e la misteriosa obbedienza che vi condusse il Cristo, sono al centro di questo nuovo mondo a cui apparteniamo. Cosa fu l’obbedienza di Gesù? «Come per la disobbedienza di uno solo tutti siamo stati costituiti peccatori, così anche per l’obbedienza di uno solo, tutti siamo costituiti giusti» (Rm 5,19).
Gesù non sarebbe niente per noi senza questo atto di obbedienza che riscatta l’umanità dal peccato. Gesù si è offerto all’obbedienza fino a morirne, ed è per questa obbedienza che noi viviamo della vera vita. Gesù è in Croce per Obbedienza: non possiamo rifiutare il fatto dell’obbedienza se non separandoci da Lui. L’obbedienza è un fatto, nessun ragionamento umano può prevalere.
Il problema comincia, pensiamo, quando si tratta di sottomettersi ad un uomo, che agisce certo in nome di Dio, ma liberamente, sotto l’influsso dei suoi difetti, e la cui rettitudine di giudizio non è per nulla garantita da un’azione infallibile dello Spirito di Dio.
Ma è Gesù che ha voluto stabilire l’autorità nella Sua Chiesa: «Chi ascolta voi, ascolta me; chi disprezza voi, disprezza me. E chi disprezza me, disprezza colui che mi ha mandato» (Lc 10,16). A parte l’infallibilità conferita a Pietro e al gruppo degli Apostoli nell’insegnamento delle verità di fede, i capi della Chiesa, benché assistiti da Dio, non sono garantiti da ogni errore di giudizio nel governo della comunità cristiana. E tuttavia ne sono i capi e possono “legarci” in nome di Cristo.
Ci domandiamo: come mai Cristo ha potuto concepire in tal modo di collegarci alla Sua volontà e, per quali vantaggi ha organizzato così la Chiesa?
Così risponde il Concilio Vaticano II nella Lumen Gentium al n. 27: «I Vescovi reggono le chiese particolari a loro affidate come vicari e legati di Cristo, col consiglio, la persuasione, l’esempio, ma anche con l’autorità e la sacra potestà… Questa potestà, che personalmente esercitano in nome di Cristo, è propria, ordinaria e immediata… In virtù di questa potestà i Vescovi hanno il sacro diritto e davanti al Signore il dovere di dare leggi ai loro sudditi, di giudicare e di regolare tutto quanto appartiene al culto e all’apostolato… i fedeli poi devono aderire al Vescovo, come la Chiesa a Gesù Cristo e come Gesù Cristo al Padre».
Tra i mezzi ordinari di informazione per le sue decisioni, che il Vescovo ha in suo potere, uno dei principali è la collaborazione fiduciosa e franca con i suoi collaboratori. Il dialogo è un grande dono di Dio. Vescovo e presbiteri cercano di trasmettere le ricchezze vere di Dio e conoscere la sua volontà. Il dialogo è segno di maturità e suppone il desiderio di illuminarsi vicendevolmente con umiltà senza pregiudizi e animosità personali. Ma ciò ha senso solo in una fede viva nella presenza della volontà del Cristo in quella dell’autorità. Quando, con piena conoscenza di cause, l’autorità ha deciso, i fratelli non possono non obbedire senza esitazione, perché nella loro fede viva essi sanno che allora si realizza quella promessa del Signore: «Chi ascolta voi, ascolta me». La contestazione è segno di immaturità. Quando si è dialogato con responsabilità nella fase consultiva, rimane una deliberazione da prendere. La decisione è competenza esclusiva del Vescovo. I presbiteri sono chiamati, in spirito di fraternità a consigliare, senza esigere di vedere tramutati in delibere i propri consigli. La decisione è competenza esclusiva del Vescovo. Anche Gesù, nella preghiera al Getsemani, chiede al Padre di risparmiarGli la vita, ma “obbediente” si rimette alla volontà del Padre: «Si compia la tua volontà».
Theilard de Chardin, dopo una nuova destinazione del suo superiore, scriveva: «Mi sento raso al suolo. Mi ha collocato qui, debbo starci, anche se rendo meno».
Siamo tutti nella Chiesa, a partire da me Vescovo, chiamati a vivere una “comunione gerarchica” e questo per la volontà del Divino fondatore. L’obbedienza è una questione di fede, ma anche di amore. Non si può obbedire più di quanto si ama, né si può amare senza obbedire a colui che si ama. L’obbedienza è la prova dell’amore.
L’obbedienza votata al Cristo, nelle mani della Chiesa, procede dalla fede e dall’amore soprannaturale. E, talvolta, essa domanda eroismo.
Se questa delibera dell’autorità vi sembra inopportuna, se avete esposto le vostre ragioni al Vescovo, e questi mantiene la propria decisione, sappiate che dovete obbedire e che per voi non c’è altra via che la sottomissione sincera e leale, da uomini di fede, del vostro giudizio pratico, e agire in conformità alla decisione presa. Se anche vi sembrano queste decisioni meno opportune o meno perfette dei vostri suggerimenti, pensate che la Verità non abbraccia solo il mondo visibile ma anche il mondo invisibile della fede. Lo ripeto: fuori della fede l’obbedienza religiosa resta incomprensibile. E in questo Ordine della Fede non vi è NESSUN VALORE O RAGIONE SUPERIORE DA PREFERIRE ALL’UNITA’ E ALLA FORZA DI QUESTA ISTITUZIONE DEL CRISTO, CHE E’ LA CHIESA, DA PRIVILEGIARE A TUTTI I COSTI.
Del resto il rischio dell’errore umano era noto a Cristo, e fu accettato da Lui. Era meglio che la Chiesa esistesse con questo pericolo di errore piuttosto che non ci fosse. Davanti ad una decisione, che vi appare irrazionale, ma che è l’espressione autentica per voi di una volontà del Cristo, espressa da una gerarchia depositaria dell’autorità divina, sono compensate ampiamente le deficienze parziali ed eccezionali del suo esercizio. Questo ci dice la fede, questo ci mostra il Mistero pasquale di Cristo.
La mia salvezza, la vostra salvezza, la nostra personalità passano attraverso la sottomissione di Cristo alla volontà del Padre. La Madonna, Madre di Gesù e dei Sacerdoti ci introduca in questo Mistero di obbedienza e di umiltà. Un minuto senza obbedienza e siamo nel vuoto. Con l’obbedienza siamo piantati stabilmente in Dio.
Mons. Giovanni Rinaldi
Vescovo
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25 marzo 2010
GIOVEDI' SANTO - INVITO DEL VESCOVO
A tutti voi carissimi e stimati
Presbiteri, Diaconi, Ministri dell’Eucarestia,
Religiosi e Religiose Operatori pastorali,
Azione Cattolica, Neocatecumenali,
Rinnovamento nello Spirito, Focolarini, OFS
La Messa Crismale del Giovedì Santo rappresenta il momento culminante della celebrazione dell’Anno Sacerdotale. Essa sarà l’occasione per ribadire in modo forte la partecipazione all’unico sacerdozio di Gesù Cristo e per una più consapevole rinnovazione delle promesse sacerdotali.
La Messa Crismale del Giovedì Santo, così come l’Anno Sacerdotale, intende mettere al centro la figura del Presbitero, ma sottolinea anche il valore del del Sacerdozio comune dei fedeli. Tutti siamo popolo del Suo pascolo e apparteniamo a Lui, perché noi, sue pecorelle, portiamo un marchio di riconoscimento, che è il Crisma, segno sacramentale di consacrazione. Col segno del Crisma, nel Battesimo e nella Cresima, siamo stati assimilati a Gesù Cristo e partecipiamo alla Sua dignità sacerdotale, profetica e regale. Ma siamo anche il “gregge che Egli conduce”. Per poterci guidare visibilmente Gesù Cristo ha selezionato alcuni del Suo popolo e li contrassegna con lo stesso sigillo del Crisma sulle mani. Questo marchio riservato a noi Presbiteri ci segna in maniera così diversa, per essenza e gradazione, che veniamo, noi sacerdoti, assimilati a Cristo, Capo e Pastore.
Il Crisma per noi Ordinati, che Giovedì Santo celebreremo il nostro compleanno, non è solo un dono che ci fa stare nella Chiesa, ma anche un dono che ci fa stare di fronte alla Chiesa.
Noi sacerdoti siamo nati con l’Eucarestia, nella stessa notte e nella stessa casa. E come Giovedì sera, nelle nostre comunità parrocchiali faremo particolarmente memoria del dono pasquale dell’Eucarestia, così nella mattinata faremo particolarmente memoria del dono pasquale del sacerdozio ministeriale. Questo significa che non c’è nessun cristiano generico nella Chiesa, ma tutti hanno una chiamata precisa alla santità e alla dedizione al Vangelo. E noi Presbiteri siamo al servizio, a nome di Gesù, di questa santità a cui siamo chiamati tutti, chierici e laici.
L’Anno Sacerdotale non è un anno solo per noi Presbiteri, ma l’anno di un popolo sacerdotale, profetico e regale. Noi Presbiteri non siamo il tutto della Chiesa: i fedeli laici sono con noi partecipi e responsabili della Chiesa. Perché sappiamo che «ai Presbiteri è dato da Cristo, nello Spirito, un particolare dono, perché possano aiutare il popolo di Dio ad esercitare con fedeltà e pienezza il sacerdozio comune che gli è conferito» (Pastores dabo vobis).
Questa è una grande responsabilità per noi Presbiteri, ma anche una grande consolazione perché sappiamo che voi fedeli ci incoraggiate con la vostra amicizia e ci sostenete con la preghiera.
Attendendovi con fiducia e augurando a ciascuno di voi di vivere intensamente gli ultimi giorni di Quaresima Vi saluto nel Signore.
X Giovanni, Vescovo
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21.03.2010
- Diocesi di Acerra -
Ufficio Diocesano per le Comunicazioni Sociali
Comunicato stampa
La cura dell’ambiente è l’emergenza primaria per la comunità acerrana che negli ultimi decenni ha subito un evidente stravolgimento dei suoi caratteri tradizionali. Scelte economiche, per lo più assunte altrove e funzionali ad altre realtà sociali, hanno rivoluzionato non solo il volto della città ma hanno inciso nel profondo la vita economica, l’assetto urbanistico, la dinamica sociale determinando un evidente degrado.
La Chiesa cattolica acerrana da sempre ha fatto sentire la sua voce nel denunciare tale stato di cose e la deriva morale che lo qualifica. Quando poi dall’alto è calata sul territorio acerrano la scelta dell’insediamento del termovalorizzatore, compatta intorno al suo vescovo, essa ha contestato le mistificazioni e le grossolanità di tale progetto nel merito per la sua incidenza su un ambiente già degradato e nel metodo perché non rispettoso della dignità degli Acerrani e delle comunità interessate.
L’interpretazione di tale scelta della diocesi di Acerra non sempre è stata autentica; si è tentato di connotare in termini politici ed ideologici tale intervento stravolgendone le vere motivazioni. La messa in esercizio dell’impianto di incenerimento è stata l’occasione per il vescovo, mons. Rinaldi, di mostrare che unico scopo a muovere l’azione diocesana è stato indirizzare alla ricerca della verità e della giustizia il legittimo anche se non sempre trasparente dibattito politico-economico. Per ricreare un clima di fiducia tra cittadini ed istituzioni, già nel marzo del 2009, la diocesi di Acerra ha chiesto che tale dibattito si apra al controllo ed alla ricerca della sostenibilità ambientale di impianti industriali come quelli operanti nell’area acerrana. Si è proposta come garante imparziale e terzo rispetto ad ogni altro soggetto politico o economico nel monitoraggio delle emissioni del termovalorizzatore e nella ricerca di incentivi allo sviluppo sociale ed economico dell’area interessata.
L’importante enciclica Caritas in veritate, pubblicata contestualmente a tali eventi locali, offre il più autorevole quanto chiaro contesto ecclesiale e pastorale in cui inserire ed interpretare la posizione della Chiesa cattolica acerrana in tema ambientale.
A tal fine il 22 marzo alle ore 17,30 nella Biblioteca Diocesana di Acerra è organizzato il convegno “Difendere l’ambiente per difendere l’uomo e la società – La questione ambientale nella Caritas in veritate”, a cui il vescovo, mons. Giovanni Rinaldi e l’intera comunità diocesana invitano quanti a vario titolo sono interessati ad operare per creare un clima di fiducia e un concreto sviluppo sociale ed economico.
Il prof. F. Casavola, presidente emerito della Corte Costituzionale, terrà la relazione “Uomo e l’ambiente nella Enciclica di Benedetto XVI Caritas in veritate”. Contestualmente il gruppo di lavoro che in questi mesi, insieme al vescovo, ha valutato la correttezza e la reale praticabilità della proposta diocesana avanzerà un concreto ed articolato progetto di intervento alle istituzioni ed ai soggetti interessati.
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La forza della vita: una sfida nella povertà»
Il
benessere economico non è tutto, ma non è indifferente. Esso «può servire la
vita, rendendola più bella e apprezzabile e perciò più umana».
Con queste
parole inizia il Messaggio del Consiglio episcopale permanente, “La forza
della vita: una sfida nella povertà”, pubblicato per la 32a
Giornata per la vita che si celebrerà in tutta Italia il 7 febbraio 2010.
I vescovi
ricordano che lo sviluppo integrale dell’uomo richiede anche il superamento
dell’indigenza e del bisogno, sottolineando «tutta la drammaticità della crisi
finanziaria che ha investito molte aree del pianeta: la povertà e la mancanza
del lavoro che ne derivano possono avere effetti disumanizzanti. La povertà,
infatti, può abbrutire e l’assenza di un lavoro sicuro può far perdere fiducia
in se stessi e nella propria dignità». Di fronte alla minaccia insita in una
crescente povertà di mezzi e risorse i vescovi richiamano «il dovere di
denunciare quei meccanismi economici che, producendo povertà e creando forti
disuguaglianze sociali, feriscono e offendono la vita, colpendo soprattutto i
più deboli e indifesi».
I presuli
italiani mettono però anche in guardia dal considerare il benessere economico un
fine e non un mezzo. Esso infatti «è a servizio della vita ma non è la vita».
Per questo «tutti siamo chiamati a uno stile di vita sobrio, che non confonde la
ricchezza economica con la vita. Ogni vita, infatti, è degna di essere vissuta
anche in situazioni di grande povertà». E «la crisi economica che stiamo
attraversando può costituire un’occasione di crescita», aiutandoci a «riscoprire
la bellezza della condivisione e della capacità di prenderci cura gli uni degli
altri».
Insomma, ci
dicono i vescovi, la ricchezza economica non costituisce la dignità della vita,
perché «la vita stessa è la prima radicale ricchezza, e perciò va strenuamente
difesa in ogni suo stadio, denunciando ancora una volta, senza cedimenti sul
piano del giudizio etico, il delitto dell’aborto. Sarebbe assai povera ed
egoista una società che, sedotta dal benessere, dimenticasse che la vita è il
bene più grande».
Citando il n.
44 della recente Enciclica di Benedetto XVI, Caritas in veritate, secondo
cui «l’apertura moralmente responsabile alla vita è una ricchezza sociale ed
economica», i vescovi concludono il messaggio con l’esortazione ad essere
«ancora più solidali con quelle madri che, spaventate dallo spettro della
recessione economica, possono tentare di rinunciare o interrompere la
gravidanza», e impegnandosi «a manifestare concretamente loro aiuto e
vicinanza». Perché «nella ricchezza o nella povertà, nessuno è padrone della
propria vita e tutti siamo chiamati a custodirla e rispettarla come un tesoro
prezioso dal momento del concepimento fino al suo spegnersi naturale».
Scarica:
Lettera del Vescovo
Messaggio dei Vescovi
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1.2.2010
Il vescovo di Acerra monsignor Giovanni Rinaldi scrive al governo per sostenere gli operai della ILMAS
Il giorno dopo l’angelus del 31 gennaio 2010, nel quale Benedetto XVI ricordava a tutti che «la crisi economica sta causando la perdita di numerosi posti di lavoro, e questa situazione richiede grane senso di responsabilità da parte di tutti: imprenditori, lavoratori, governanti», dalla Curia di Acerra partiva una lettera firmata dal vescovo ordinario monsignor Giovanni Rinaldi, in cui si fa appello alle autorità governative locali e nazionali, affinché venga presa in considerazione la situazione degli operai della ILMA SUD S.p.A. Associandosi all’appello dei vescovi italiani e del Papa «a fare tutto il possibile per tutelare e far crescere l’occupazione, assicurando un lavoro dignitoso e adeguato al sostentamento delle famiglie», monsignor Rinaldi ricorda nella lettera a proposito della ILMAS in particolare che «oggi circa 400 persone, 200 nel solo territorio di Acerra, rischiano di essere mandate a casa senza alcuna prospettiva di futuro».
Scarica la lettera del Vescovo
Rassegna stampa
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29.1.2010
La Chiesa di Acerra è viva, e non morirà
X Anniversario dell’Ordinazione Episcopale
di Mons. Salvatore Giovanni Rinaldi,
Vescovo di Acerra
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È l'occasione per
tutto il popolo di Dio della diocesi per unirsi intorno al proprio Vescovo per
ringraziare il Signore di un grande dono: la nostra città Sede vescovile.
Siamo un popolo di battezzati che crede in Dio Padre, in Gesù Cristo, Salvatore,
e nello Spirito Santo, Amore. Per vivere e testimoniare la nostra fede abbiamo
bisogno di guide, abbiamo bisogno di chi ci spezzi il pane della Parola e il
Pane di vita.
Il Signore ha inviato gli Apostoli in tutto il mondo ad annunziare il vangelo a
tutte le creature, a testimoniare quanto hanno vissuto e veduto, Gesù, figlio di
Dio, morto, risorto e asceso al cielo, dove attende tutti noi, diventati con il
suo sacrificio, figli adottivi di Dio, fratelli suoi e in quanto tali, eredi.
E quale fortuna avere a capo della nostra Comunità un vescovo, successore degli
Apostoli, che dalla Cattedra della Chiesa locale insegna, illumina e guida il
gregge a lui affidato!
Tanti si sono succeduti su quella cattedra, e voglio qui ricordare quelli che ho
conosciuto personalmente.
Nel 1933, a quattro anni di età, seduto sul gradino della porta di casa mia,
dove era stato eretto un arco di trionfo, ho visto fare il suo ingresso in
Acerra su un cavallo bianco Mons. Nicola CAPASSO. L'8 Dicembre 1940 ho ricevuto
dalle sue mani la veste da seminarista. Ho visto in lui una persona dotta,
umile, semplice, amante dei poveri, sempre vicino al popolo, specie nel periodo
bellico.
Prima sua preoccupazione, ripartire dal Seminario, cuore della Diocesi, che ha
portato molti frutti. Tanti siamo stati educati là, qualcuno è ancora in
attività. Grande anche la sua opera profusa per l'Azione Cattolica. Ricordo i
"gagliardetti" vinti dalle associazioni "Italia e Fede" e "Pier Giorgio Frassati".
Durante il suo Episcopato hanno mosso i primi passi a Roma, mons. Casoria, nella
Curia, e mons. Verolino nella carriera diplomatica, che sono gloria della Chiesa
e vanto per la nostra città. Mons. Capasso ha lasciato l'incarico nel 1966,
tempo di cambiamenti e unione di Diocesi, e noi siamo rimasti dodici anni con il
timore di perdere la sede vescovile. Durante questi anni ci hanno sorretti mons.
Longo, prima, e in seguito, mons. Grimaldi, vescovo di Nola, al quale va ancora
il mio grazie. Uomo concreto e risoluto, ebbe a dire:"Ho trovato un corpo
spezzato da ricomporre".
C'è riuscito! Nel 1978 abbiamo finalmente avuto il Vescovo. Il 9 aprile, tra una
marea di folla osannante faceva il suo ingresso solenne mons. Antonio RIBOLDI,
educato alla scuola della Carità di Antonio Rosmini, carità esercitata per tanti
anni tra i terremotati del Belice. Avuto il Pastore, la Diocesi ha ripreso con
forza e coraggio il suo cammino, crescendo in comunione e amore, conformandosi
al cammino della Chiesa Universale, generando due vescovi, mons. Gennaro
PASCARELLA e mons. Giovanni D'ALISE. Tante altre cose sono storia vissuta. A 77
anni, superati anche i limiti di età, mons. Riboldi lascia l'incarico e il Santo
Padre nomina il nuovo vescovo nella persona di mons. Salvatore Giovanni RINALDI,
di cui celebriamo oggi il 10° anniversario di Episcopato.
La scelta dello Spirito questa volta era caduta su una terra confinante, e
l'ingresso solenne in Diocesi del nuovo Vescovo, quasi come un lieto presagio,
avvenne per quella stessa strada dove, bambino, avevo visto per la prima volta
un vescovo su di un cavallo bianco. Questa volta, sacerdote e parroco della
Cattedrale, ero lì ad accoglierlo, e l'arco di trionfo era stato sostituito da
una scritta a caratteri cubitali con cui invocavo l'aiuto dello Spirito Santo
per il suo lavoro pastorale nella nostra Chiesa locale.
Sono passati dieci anni, tanta acqua è passata sotto i ponti, e sono convinto
che lo Spirito Santo abbia operato bene per la nostra Chiesa. Tante cose
cambiate, migliorate, aggiornate. La Chiesa cammina al passo coi tempi e lo
Spirito soffia dove vuole e come vuole. "I miei pensieri non sono i vostri
pensieri, le mie vie non sono le vostre vie".
Beati noi se riusciamo a spogliarci di noi stessi e abbandonarci nelle mani del
Signore. Lo ha fatto Gesù, ha fatto sempre la volontà del Padre, fino alla morte
di croce e così ha vinto il mondo, e il Padre lo ha glorificato, lo ha
risuscitato da morte, e con lui ha risuscitato tutti noi. Accettiamo l'opera
dello Spirito, che agisce sempre per il bene della nostra Chiesa, servendosi
dell'opera pastorale del vescovo.
E la continuità della Chiesa sono le vocazioni. Fu questa la preoccupazione di
mons. Capasso, ed è stata questa la preoccupazione maggiore di mons. Rinaldi.
Non c'è bisogno di parole. I frutti si vedono!. Durante questi dieci anni egli
ha già ordinato cinque sacerdoti, e altrettanti ne ordinerà. La presenza di
nuovi sacerdoti e dei seminaristi suscita nuove vocazioni e questo è segno che
il Signore ci ama e che la nostra Chiesa locale.....NON MORIRA'.
Tutti noi dobbiamo pregare gli uni per gli altri e saper apprezzare il bene e
detestare il male. Sforziamoci di imitare le prime comunità cristiane: vivevano
nell'ascolto degli Apostoli, nella preghiera comune e nell'agape fraterna.
Mons. Salvatore Petrella
Vicario generale
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29.1.2010
MISERICORDIAS DOMINI
IN AETERNUM CANTABO
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Dieci anni fa, nella
chiamata di Giovanni Paolo II del 7.12.1999, ho sentito l'eco della voce di Gesù
che, al di là della mia piccolezza, mi inseriva nella storia bimillenaria della
successione apostolica. Quella voce mi raggiunse quando già, dopo quindici anni
di ministero parrocchiale intenso, sentivo il bisogno naturale di
“rincantucciarmi” nella quiete del mio nido. Non avevo brigato, né avevo
desiderato il Pastorale. Fui colto di sorpresa: non ero ricco di titoli
nobiliari, né di censo, né di altro. Avevo solo la mia persona.
Come sempre nella Bibbia gli inizi della storia di Dio sono di una umiltà che
sconcerta. Dio fa della vita dell'uomo una continua sorpresa, dove Egli lo
conduce. A leggerla con attenzione la nostra vita porta la dimensione dell'Amore
gratuito di Dio. E alla volontà di Dio non ci si può sottrarre, né da essa si
può tornare indietro. Dio deve realizzare il Suo piano contro la volontà di
quanti Gli resistono. Quando Dio opera, chiede a noi la sottomissione e
l'obbedienza, mentre noi pretendiamo che Dio ci segua. L'invito di Gesù, invece,
agisce con efficacia, ma anche con la misericordia di chi ha “Cuore per il
misero”. C'è un progetto gratuito di Dio, che precede ogni nostra iniziativa, e
la sua azione si dispiega utilizzando le situazioni normali delle persone. Dio,
con la consacrazione episcopale, mi ha abilitato ad un servizio pastorale, che
prolunghi il Suo. Non mi ha dato una carica onorifica: «Ho visto lo Spirito
scendere su di te». Tutto avviene nel nascondimento, senza alcun clamore.
L'efficacia della Parola e della Grazia non ha nulla da spartire con il clamore
mondano. Nella mia vita ho sperimento la forza della Parola e la totale gratuità
dell'Amore divino che chiama: nessun merito, nessuna preparazione specifica da
parte mia. Anche io, come tutti noi, ero immerso nella ferialità della vita,
positiva e banale, dove il Signore misericordioso mi ha raggiunto e mi conserva.
Mi sento di ripetere quello che scrivevo nel giorno della mia consacrazione
episcopale del 29.01.2000, citando un passo di San Paolo a Timoteo: «Certa è
questa parola e degna di essere pienamente accettata: che Cristo Gesù è venuto
nel mondo per salvare i peccatori, dei quali io sono il primo. Ma per questo mi
è stata fatta misericordia, affinché Gesù Cristo dimostrasse in me tutta la sua
longaminità, ed io servissi di esempio a quelli che per l'avvenire crederebbero
in lui» (1 Tm 15,16).
Gesù Cristo è l'unico che salva dal mistero del male, non evitandolo, ma
entrando in esso. E ha vinto il male col bene, prendendolo e portandolo sulla
sua persona. La Chiesa è la comunità di coloro che hanno accettato di entrare
con Cristo nella morte per uscirne risorti, portando con Gesù il peccato del
mondo e offrendolo accanto a lui.
Oggi è di moda la libertà impazzita che ha abbandonato ogni legame fisico e
morale, ogni tradizione e disciplina, che rischia di generare una totale
confusione. «Date un contesto di verità alla libertà» gridava Giovanni Paolo II.
Ma la libertà è solo fare ciò che piace, oppure esiste una libertà per amare? Il
Cristo crocifisso è la rivelazione suprema del Dio-Amore, del Dio-Fratello, del
Dio-Libertà, che ci invita ad aprire la mano e il cuore per accogliere l'Amore e
dare senso alla nostra libertà.
Siamo tutti nella Chiesa, a partire da me, a dover vivere una comunione
gerarchica e questo per volontà del Divino Fondatore. Il rispetto e l'obbedienza
sono le note che caratterizzano il cristiano e il presbitero, facendolo, in
questo modo, rientrare in sé e ritornare al suo proprio posto, nell'ordine della
creazione e della redenzione. Attenzione a non imbrattare la faccia della Chiesa
di Acerra, la nostra madre, la mia sposa: non lo consentirò a nessuno.
Per questa Chiesa di Acerra ho vissuto intensamente, senza risparmiarmi, in
questi dieci anni e per questa Chiesa ho dato tutto quello che avevo,
consegnandomi a lei: il mio tempo, le mie energie, le mie risorse e i miei
limiti. Come lo Sposo Gesù, ho amato questa Chiesa, non me ne sono mai
vergognato o arrossito, l'ho amata perdutamente, da morirne. Ho messo sù, come
Gesù, casa con lei e ho fatto con lei il patto della comunione dei beni,
giurandole fedeltà nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia,
fedele per sempre. Ho amato la sua storia illustrata da Vescovi e Sacerdoti
santi, ho ammirato e venerato l'intensa opera pastorale di S. Ecc. Mons. Nicola
Capasso, ho rintracciato e messo in luce l'opera straordinaria di alcuni
eminenti suoi figli: il Cardinale Casoria, Prefetto della Sacra Congregazione
per il Culto divino e la disciplina dei Sacramenti e S.Ecc. Mons. Verolino,
Giusto tra le nazioni. Mi sono fatto carico di partecipare e partecipo tuttora,
con intensità, alle vicende tristi del suo territorio degradato, quali
l'installazione dell'inceneritore e di un possibile Osservatorio di monitoraggio
ambientale. Ho lottato con i sindacati e personale medico e non-medico per la
malaugurata minaccia di chiusura dell'Ospedale civile di San Felice e della
Clinica Villa dei Fiori in Acerra. Sono stato nel 2005 con gli operai dell'Exide,
e vivo tuttora con loro la paura della chiusura dell'ILMAS Sud S.p.A. succeduta
all'Exide di Casalnuovo. Ho scoperto, con trepidazione, la bellissima storia di
una ragazza acerrana, innamorata di Gesù, Rossella Petrellese, che ho scelto
come stella del mio episcopato, per rivelarne al pubblico la storia affascinante
e segreta. Mi sono fatto acerrano per gli acerrani. Anzi, consentitemelo, ho
amato Acerra più degli acerrani. Come Sant'Alfonso, all'inizio del suo
episcopato, ho scommesso sul Seminario. Ho fatto mio il suo progetto: «sul
seminario riposano le mie speranze per la rigenerazione della Diocesi: se esso
non corrisponde alle mie aspettative, tutte le mie fatiche saranno perdute». Ne
avevo ben donde di preoccuparmi: siamo la diocesi italiana più povera di preti.
Grazie a Dio, ho ordinato cinque sacerdoti e sto per ordinarne altri nove, che
sono alla soglia del presbiterato.
Di questo rendo grazie a Dio Onnipotente e misericordioso, rendo grazie a quanti
mi hanno edificato col loro esempio, a quanti mi hanno sostenuto con la loro
preghiera fraterna e la loro collaborazione silenziosa, e chiedo perdono a
quanti non ho saputo mostrare l'affabilità, la tenerezza e la benevolenza del
Cuore di Dio.
Mons. Giovanni Rinaldi
Vescovo